Bergamotto, le mani della ‘ndrangheta sull’oro verde di Reggio Calabria
I carabinieri di Reggio Calabria, nell’ambito dell’operazione “Arangea” contro il clan Latella-Ficarra, hanno rilevato la presenza di infiltrazioni di stampo mafioso nel business legato alla trasformazione e alla vendita di bergamotto, il prezioso agrume del Reggino. 18 gli indagati e 12 gli arresti. Al centro delle indagini c’è Memè Gullì, assunto come bracciante agricolo, ma secondo i magistrati “socio di fatto e occulto gestore” di due aziende messe sotto sequestro
Dalla Redazione
Dodici arresti per associazione a delinquere di tipo mafioso, estorsione, intestazione fittizia di beni e traffico di armi. È il bilancio dell’operazione “Arangea”, condotta dai carabinieri di Reggio Calabria e coordinata dalla procura, Direzione distrettuale antimafia, diretta dal procuratore Giovanni Bombardieri, che i giorni scorsi ha portato alla luce un diffuso sistema estorsivo nonché la gestione occulta di diverse imprese economiche nel territorio di Arangea, appunto, in provincia di Reggio Calabria, culla per eccellenza del bergamotto. Ed è proprio nella filiera del prezioso agrume calabrese che sono finite le mani della ‘ndrangheta, attraverso Carmelo “Memè” Gullì (ora agli arresti insieme alle altre 11 persone), titolare di due imprese messe sotto sequestro, la “Bergamotto” e la “NG Citrus”.
L’imprenditore è indagato per traffico di cocaina ed estorsioni, ma questi non sarebbero gli unici affari da lui messi in piedi a sostegno del clan Latella-Ficarra, operante nel Reggino. Secondo gli inquirenti Gullì sarebbe favorito l’espansione degli interessi della cosca mafiosa nel ricco comparto legato alla trasformazione e alla vendita del bergamotto. Gullì, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare, era “il socio di fatto e l’occulto gestore delle due imprese in questione, pur non avendo mai ricoperto formalmente alcun ruolo all’interno della compagine societaria e pur figurando solamente, quale dipendente e lavoratore agricolo giornaliero dal maggio del 2019″, come riporta Il Reggino.
Dalle intercettazioni dei carabinieri emerge come Gullì sapesse bene quanto sia remunerativo il bergamotto, oro verde del Reggino, unico prodotto del territorio a garantire alti livelli di commercializzazione. “Valgono un sacco (i bergamotti, ndr) – diceva in una telefonata intercettata – ora stanno acquistando valore, prima li lasciavano sugli alberi”. Quello esercitato da Gullì, secondo gli inquirenti, era un controllo effettivo su tutte le attività aziendali, dalla “sistemazione” delle fatture, all’acquisto di nuovi terreni in cui stoccare il prodotto, passando per i clienti da escludere dal proprio giro d’affari.
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