L’INFORMAZIONE INDIPENDENTE PER PROFESSIONISTI E APPASSIONATI DI ORTOFRUTTA
                      L'INFORMAZIONE PROFESSIONALE PER IL TRADE ORTOFRUTTICOLO
                      L’INFORMAZIONE INDIPENDENTE PER PROFESSIONISTI E APPASSIONATI DI ORTOFRUTTA

                      Internazionale attacca la filiera delle banane della Costa Rica

                      Un nuovo dossier di Internazionale, che a sua volta riprende il quotidiano francese Le Monde, denuncia le criticità della filiera delle banane in Costa Rica: uso massiccio di pesticidi, rischi per la salute dei lavoratori e danni ambientali gravi, nonostante le certificazioni internazionali. Il reportage solleva interrogativi su sostenibilità e responsabilità dell’intero comparto

                      Dalla Redazione

                      banane Costa Rica

                      Nel cuore della regione di Sixaola, nel sud della Costa Rica, si estende una delle aree a più alta densità produttiva di banane su scala globale. Ma dietro l’apparente efficienza delle piantagioni gestite dalle grandi multinazionali del settore – responsabili da sole dell’80% dell’export costaricano – si celerebbe una realtà profondamente controversa, che solleva interrogativi etici e ambientali sull’intero modello di produzione. A documentarlo è Internazionale, nel reportage intitolato “Il frutto più amaro della Costa Rica”, che punta il dito contro un sistema industriale che mette a rischio la salute dei lavoratori e l’equilibrio degli ecosistemi tropicali, chiamando in causa la responsabilità dell’intera filiera, dalla produzione alla distribuzione. L’articolo originario in realtà è del quotidiano francese Le Monde, di cui Internazionale è partner storico e con cui collabora regolarmente.

                      A rischio la salute dei lavoratori nelle piantagioni

                      Nonostante la superficie agricola sia rimasta stabile dagli anni ’90, l’impiego di fitofarmaci nelle piantagioni di banane in Costa Rica è più che raddoppiato, secondo quanto riportato da Internazionale, passando da 50-70 a circa 100 kg per ettaro all’anno. L’80% dei prodotti chimici utilizzati in Costa Rica è classificato come “altamente pericoloso” dalla Fao e dall’Oms, sottolinea il settimanale di informazione, e il mancozeb – fungicida vietato in Ue “ma ancora ampiamente usato localmente” – rappresenta da solo un terzo del totale impiegato.

                      I lavoratori, molti dei quali migranti ngäbe-buglé provenienti da Panama, operano senza adeguate protezioni. Malattie oculari, irritazioni cutanee, disturbi respiratori e danni neurologici sarebbero solo alcune delle conseguenze documentate da decenni di studi condotti da istituti locali come l’Iret (Istituto regionale per lo studio delle sostanze tossiche, parte dell’Università Nazionale della Costa Rica). Particolarmente vulnerabili sarebbero poi le donne addette al confezionamento: a contatto diretto con vasche contenenti fungicidi, cloro e additivi chimici, lamentano reazioni dermatologiche e problemi respiratori.

                      E mentre le certificazioni internazionali richiedono protocolli stringenti, nella pratica questi sarebbero spesso aggirati per massimizzare la produttività, laddove l’equipaggiamento protettivo, per i lavoratori nelle piantagioni di banane, talvolta risulterebbe un ostacolo alla produttività stessa.

                      banane Costa Rica

                      Sostenibilità: tra certificazioni e contraddizioni

                      La produzione delle multinazionali della banana a Sixaloa “è regolata da organismi di certificazione internazionale come Rainforest Alliance, GlobalGap e ScS Sustainably grown”, dice a Internazionale il dirigente della corporazione nazionale delle banane (Corbana) che rappresenta gli interessi dell’industria nella Costa Rica. “Questi organismi si assicurano che le banane destinate al mercato europeo rispettino le norme fissate dall’Unione europea sui pesticidi”, rassicura. Tuttavia, nonostante l’immagine “verde”, secondo Internazionale la realtà in campo resterebbe critica. Un esempio citato dal settimanale è quello dell’eliminazione dei carrelli a motore alimentati a diesel, per ridurre le emissioni: provvedimento voluto da Rainforest Alliance, che, per contro, avrebbe aumentato gli incidenti sul lavoro.

                      Inoltre l’adozione di nuove tecnologie come l’irrorazione aerea con GPS avrebbe sì migliorato la gestione dei trattamenti chimici nelle piantagioni, ma non impedirebbe comunque errori che espongono i lavoratori direttamente ai pesticidi.

                      I pesticidi vietati in Ue non si usano, eppure…

                      Le banane destinate all’Europa provengono da parcelle che, secondo Corbana (l’ente nazionale per le banane), rispettano i limiti imposti dall’Ue sui residui chimici. Tuttavia, secondo il settimanale, la lunga catena logistica renderebbe difficile rilevare la reale presenza dei pesticidi all’arrivo nei mercati europei. Forse i consumatori europei non trovano tracce dei pesticidi più pericolosi nelle banane, ma la Costa Rica è piena di questi composti chimici”, dice a Internazionale l’epidemiologa Berna van Wendel de Joode, che vive in Costa Rica da 25 anni.

                      In conclusione, il sistema attuale offre benefici innegabili in termini di efficienza e continuità di fornitura per i mercati occidentali. Ma, come sottolineano i ricercatori intervistati da Internazionale, il vero costo di questa filiera sarebbe pagato dalle persone e dagli ecosistemi locali. Residui chimici, conclude il settimanale, sono stati rinvenuti non solo nelle scuole e nelle abitazioni, ma anche nella fauna selvatica, dai bradipi agli uccelli tropicali. La contaminazione si estende ben oltre il perimetro agricolo, rendendo evidente l’urgenza di una risposta sistemica, che coinvolga attori lungo tutta la catena del valore, dalla produzione alla distribuzione.

                      Copyright: Fruitbook Magazine