L’INFORMAZIONE INDIPENDENTE PER PROFESSIONISTI E APPASSIONATI DI ORTOFRUTTA
                      L'INFORMAZIONE PROFESSIONALE PER IL TRADE ORTOFRUTTICOLO
                      L’INFORMAZIONE INDIPENDENTE PER PROFESSIONISTI E APPASSIONATI DI ORTOFRUTTA

                      Occhio al prezzo: dalla shrinkflation alla “skimpflation”, come difendersi (anche a Pasqua)

                      Woman shopping in a supermarket

                      Abbiamo fatto appena in tempo a lanciare l’allarme per l’imperversare della shrinkflation (letteralmente, “sgrammatura”) che, nel panorama economico/consumeristico, si è subito imposta un’altra pratica sospetta, la “skimpflation”. Ma cosa significano esattamente questi termini, mutuati dall’inglese, e a quali strategie commerciali sono riconducibili? Ne parliamo in questo breve “ripassino”, assieme a qualche consiglio su come difenderci

                      di Maddalena De Franchis

                      supermercato shrinkflation skimpflation

                      Tutti i frequentatori abituali dei supermercati lo avranno notato, in particolare negli ultimi due anni, in coincidenza con l’impennata dell’inflazione: le confezioni dei prodotti si fanno più piccole e il peso del loro contenuto si riduce. Il prezzo, però, non segue sempre la stessa logica. È il fenomeno della “shrinkflation”, particolarmente subdolo perché, nella maggior parte dei casi, i cambiamenti minimi di formato e peso rischiano di passare inosservati, a meno che non si mettano a confronto i prezzi applicati su un determinato prodotto in un certo periodo di tempo, in rapporto al packaging e al peso dichiarato sulla confezione. Solo in questo modo si realizza, infatti, che lo stesso prodotto, oltre a essersi “ristretto”, spesso costa anche di più.

                      Etimologia

                      Il termine shrinkflation (in italiano “sgrammatura”) deriva dall’unione di due termini inglesi: il verbo “to shrink”, ovvero restringere, e il termine “inflation” (inflazione), ovvero la crescita generale dei prezzi. I produttori tendono a ridurre la quantità di prodotto all’interno delle confezioni, mantenendo però il prezzo sostanzialmente invariato. In altri casi, invece, il prezzo della confezione subisce, seppur in misura limitata, un aumento a fronte della riduzione del suo contenuto. Lo stratagemma viene utilizzato per aumentare i prezzi in maniera poco trasparente, traendo in inganno, così, i consumatori meno attenti.

                      Esempi

                      Come riconoscere i prodotti oggetto di shrinkflation? È difficile rispondere brevemente perché parliamo di un fenomeno complesso, con diverse declinazioni. Il magazine Altroconsumo, poco più di un anno fa, ha evidenziato diversi casi di riduzione di grammi o di millilitri di prodotto contenuti nella confezione, con rincari dei prezzi unitari – al litro o al chilo – consistenti: per metà dei prodotti le variazioni riscontrate sono superiori al 30%. Dallo yogurt greco alla birra, dal detersivo per i piatti agli affettati confezionati, fino ai pacchi di pasta da 450 grammi (anziché il classico mezzo chilo), gli esempi di shrinkflation si sprecano. In questo periodo, anche gli articoli pasquali subiscono qualche ritocco qua e là: basti pensare alla colomba da 750 grammi, venduta allo stesso prezzo di quella da 1kg. Ad accomunare tutti questi stratagemmi è l’impatto sul potere d’acquisto del consumatore, che finisce per pagare, per ogni confezione, un prezzo più elevato, con riferimento al litro o al chilo.

                      La legge italiana contro la shrinkflation

                      Lo scorso 12 dicembre, il Senato aveva approvato in via definitiva il nuovo articolo 15-bis del Codice del consumo intitolato “Disposizioni in materia di riporzionamento dei prodotti preconfezionati”, una misura pensata per tutelare i consumatori proprio dalla shrinkflation. La norma prevede di apporre sul prodotto sgrammato un’etichetta in cui si dichiara: “Questa confezione contiene un prodotto inferiore di X (unità di misura) rispetto alla precedente quantità”. L’indicazione deve rimanere sui prodotti per una durata di sei mesi dalla prima messa in commercio del nuovo formato. L’introduzione dell’obbligo di etichetta è prevista dal 1° ottobre.

                      supermercato shrinkflation skimpflation

                      La norma, tuttavia, non prevede di segnalare esplicitamente di quanto è aumentato il prezzo al chilo: la lacuna è stata evidenziata dalle associazioni dei consumatori. Un’altra criticità segnalata al Garante dei prezzi riguarda il fatto che la misura intende disciplinare il fenomeno solo se il packaging resta inalterato. Di conseguenza, le aziende potrebbero aggirarla semplicemente introducendo un nuovo formato, leggermente diverso dal precedente. Le associazioni hanno sollevato anche il problema degli sconti temporanei, che possono dissimulare, in un primo momento, la sgrammatura.

                      I dubbi della Commissione europea

                      Sebbene l’Italia sia stata, assieme alla Francia, tra i primi Paesi in Europa a far approvare una norma per arginare il fenomeno, ora c’è addirittura il rischio la Commissione Ue apra una procedura d’infrazione nei confronti del nostro Paese. Il governo italiano, infatti, avrebbe adottato un’iniziativa che, secondo la Commissione, ostacola il mercato interno e compromette la libera circolazione delle merci. Ad esempio, un’azienda Ue non italiana, intenzionata a vendere biscotti nel nostro Paese, sarebbe penalizzata perché l’obbligo di etichetta prevede, fra l’altro, l’uso esclusivo della lingua italiana. L’auspicio delle associazioni dei consumatori, ora, è che il governo insista per arrivare a una direttiva europea sull’argomento.

                      La skimpflation: cos’è e come difendersi

                      Proprio le associazioni dei consumatori hanno già aperto un altro fronte, quello della “skimpflation”, derivato dal verbo inglese “to skimp”, ovvero, “lesinare, fare economia”: significa modificare la qualità del prodotto, risparmiando sugli ingredienti. Al supermercato, la skimpflation si nasconde spesso dietro etichette come “nuova ricetta”. Se questa formula può essere percepita come un dato positivo, può accadere, in realtà, che ingredienti di qualità siano stati sostituiti con quelli più economici. Ad esempio, il burro è rimpiazzato da margarina o altri oli vegetali di scarsa qualità e le uova fresche da ovoprodotti (tuorlo e albume disidratati, uova liquide o pastorizzate, uova in polvere, albumi in polvere o liquidi). Pensata, ancora una volta, per fronteggiare l’aumento dei costi di produzione e, in particolare, di alcune materie prime (basti pensare ai rincari fatti registrare, nell’ultimo anno, da burro, uova fresche, cacao e caffè), anche la skimpflation è una pratica ingannevole e scorretta. Come difendersi? Tenendo alta la guardia e, nel caso compaiano claim come “nuova ricetta”, il consiglio è soffermarsi sulla lista degli ingredienti e prestare attenzione alla loro qualità e all’ordine in cui sono riportati (nell’etichetta, è bene ricordarlo, gli ingredienti sono indicati in ordine di quantità decrescente).

                      Copyright: Fruitbook Magazine