Bracciante ferito nel Fucino durante la raccolta delle carote, 7 mesi dopo parte l’inchiesta
In seguito al grave infortunio sul lavoro avvenuto lo scorso autunno nel Fucino, quando un giovane bracciante marocchino è stato abbandonato davanti all’ospedale con una gamba lacerata da uno dei mezzi agricoli impiegati durante la raccolta delle carote, sono emerse condizioni di grave sfruttamento in cui verserebbero molti lavoratori e lavoratrici del posto. Il giovane ha raccontato la vicenda al Post. Confagricoltura L’Aquila replica: “Basta fango sul Fucino. Chi sfrutta va cacciato, chi lavora va tutelato”
Dalla Redazione
Il fatto è successo il 30 ottobre 2024, ci sono voluti sette mesi per prendere coraggio e denunciarlo e nessuno fino a qualche settimana fa aveva raccontato questa storia. La storia di “A.”, bracciante marocchino di 24 anni che a Il Post racconta – chiedendo di rimanere anonimo – la terribile vicenda accadutagli nei campi della Piana del Fucino lo scorso autunno, durante la raccolta delle carote.
L’incidente nei campi del Fucino
Il 30 ottobre scorso A. si trova nei campi per la raccolta delle carote, quando rimane impigliato in un ingranaggio di una macchina agricola agganciata a un trattore, guidato dal titolare dell’azienda. Il conducente non si accorge dell’accaduto, ma un altro lavoratore assiste alla scena e, urlando, riesce a evitare il peggio. Le lame provocano una profonda ferita tra la parte alta della gamba e il gluteo. I presenti riferiscono che la macchina veniva usata in velocità per aumentare la produttività, specialmente in caso di consegne urgenti.
Il datore di lavoro porta A. al pronto soccorso di Pescina, dicendogli di dichiarare di essere caduto da un muretto. Dopo averlo lasciato davanti all’ingresso dell’ospedale, si allontana. La ferita profonda rende necessario il trasferimento all’ospedale di Avezzano. Nei referti non sono indicati né la causa dell’infortunio né l’attivazione di una segnalazione alle autorità.
La denuncia e le indagini per caporalato
Il bracciante marocchino non ha subito denunciato l’accaduto. Sperava che il titolare, una volta guarito, lo richiamasse a lavorare e gli pagasse i due mesi non retribuiti. Dopo mesi di silenzio e convalescenza, durante la quale non riusciva neanche a camminare, ha chiesto aiuto. Un conoscente ha contattato un lavoratore marocchino vicino alla FLAI CGIL. Grazie al sindacato, A. ha ottenuto un permesso di soggiorno legato alla richiesta di protezione internazionale (concesso il 15 maggio) e si è deciso a raccontare tutto.
Il 27 maggio 2025 A. è stato quindi convocato dall’ispettorato territoriale del lavoro: ha consegnato i referti medici e descritto dinamiche di sfruttamento e caporalato. L’azienda agricola coinvolta risulterebbe priva di dipendenti registrati, ma testimoni confermano la presenza di manodopera nei campi anche dopo l’incidente. Su richiesta delle autorità, il nome dell’azienda non è stato divulgato.
Piana del Fucino, culla del lavoro “grigio”
La Piana del Fucino ospita circa 500 aziende agricole su 160 chilometri quadrati. Secondo i sindacati, vi lavorano almeno 6.500 braccianti, in gran parte marocchini. Molti lavorano 12-14 ore al giorno, anche di notte e nei fine settimana. I contratti “in grigio” sono diffusi: parte del lavoro è regolare, il resto retribuito in nero. A., invece, era impiegato completamente in nero.
Il giovane era arrivato in Italia da appena due mesi, dopo un lungo viaggio lungo la rotta balcanica. Aveva trovato lavoro tramite un caporale marocchino, che si occupava di trasportare i braccianti nei campi, trattenendo parte della paga oraria. A. non ha mai ricevuto alcun compenso. La questura dell’Aquila sta ora valutando il suo inserimento in un programma di protezione per vittime di caporalato, con trasferimento in un centro di accoglienza fuori regione.
La denuncia dei sindacati
Flai e Cgil dell’Aquila, già in precedenza, avevano pubblicamente denunciato le gravi condizioni lavorative e di vita dei braccianti del Fucino e il sistema di caporalato radicato in quel territorio, che impone “ritmi ed orari di lavoro insostenibili, bassi salari, cottimo lavorativo, misure di sicurezza inadeguate”, condizioni queste, tutte, “che spesso generano anche una concorrenza sleale ai danni di quelle imprese che, invece, non intendono violare la legge”, come si legge in una nota firmata dal segretario Cgil L’Aquila Francesco Marrelli e dal segretario Flai L’Aquila Luigi Antonetti.
“Non è più sopportabile assistere a quanto oggi accade nel Fucino – scrivono ancora Marrelli e Antonetti -, dove i lavoratori e le lavoratrici vengono sottoposti a condizioni lavorative e di vita insostenibili in forza del loro stato di bisogno. Si pensi che, in molti casi, queste persone sono costrette anche a pagare qualcuno che li porti nei campi a lavorare. Questa situazione configura uno sfruttamento, e cioè la sopraffazione del ‘capo’ su persone che, proprio a causa dello stato di bisogno in cui versano, non hanno modo di difendersi”.
La replica di Confagricoltura L’Aquila
Confagricoltura L’Aquila, tramite il presidente Fabrizio Lobene, interviene sul caso dell’incidente avvenuto nella piana del Fucino, denunciando il rischio di generalizzazioni che colpiscono anche le aziende virtuose. Lobene contesta la narrazione ricorrente sul caporalato, spesso rilanciata “senza prove definitive”, e sottolinea l’impegno dell’associazione nella Rete del Lavoro Agricolo di Qualità. Critica quindi l’assenza della Regione Abruzzo nei tavoli tecnici e rivendica il percorso avviato con sindacati e Prefettura per sperimentare un sistema di intermediazione legale tramite l’ente bilaterale FIMIAV. Secondo l’associazione, i Centri per l’Impiego non sono attrezzati per il settore agricolo e ciò favorisce pratiche illegali. L’associazione invoca quindi coesione tra imprese e rigore contro chi sfrutta. “Il comparto agricolo del Fucino non può essere ridotto a stereotipo. Le aziende sane ci sono, rispettano le regole, generano valore e meritano protezione da campagne mediatiche sommarie. È tempo che tutti, istituzioni, sindacati, politica e stampa, si assumano la responsabilità di distinguere con chiarezza tra chi distrugge e chi costruisce”, conclude Confagricoltura L’Aquila in una nota divulgata oggi.
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