Ismea: l’agroalimentare spinge l’economia, pesa per il 15% del Pil
Presentato oggi a Roma il Rapporto annuale Ismea sull’agroalimentare italiano: restituisce la fotografia di un settore resiliente, in grande fermento e solido sia nella componente agricola che nella trasformazione industriale. È l’agroalimentare, insomma, una delle forze trainanti del sistema economico italiano: lo dimostrano, fra l’altro, il peso sul Pil nazionale (15%), l’importanza della cosiddetta “Dop economy” e, soprattutto, la notevole capacità di risposta ai tanti shock che negli ultimi anni si sono susseguiti (dalla pandemia agli eventi climatici estremi, dai conflitti alle tensioni geopolitiche e ai rischi di guerra commerciale)
Di Maddalena De Franchis
L’agroalimentare italiano continua a scrivere una storia di successo: nonostante i numerosi shock esogeni, susseguitisi in particolare nell’ultimo decennio, e le tante criticità dell’attuale contesto geopolitico internazionale, il settore figura tra quelli trainanti del sistema economico nazionale. E gioca un ruolo da protagonista in Europa, detenendo diversi primati. È quanto emerge dal Rapporto annuale Ismea, presentato oggi a Roma alla presenza del Ministro dell’agricoltura e della sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida. Secondo lo studio, la solidità dei fondamentali – sia del settore agricolo sia dell’industria di trasformazione – conferma l’agroalimentare come uno dei pilastri della nostra economia, con un peso sul Pil nazionale che arriva al 15% se si considera l’intera filiera, dal campo alla tavola.
I sette primati dell’Italia in Europa (di cui uno mondiale)
Il rapporto evidenzia che l’Italia è il primo Paese in Europa per valore aggiunto agricolo (compresi silvicoltura e pesca): 44,4 miliardi di euro, in forte crescita sia in valore che in volume. È il terzo Paese in Europa per valore aggiunto dell’industria alimentare, dietro Germania e Francia, con 38 miliardi di euro (+3,5% a prezzi correnti, +3,2% a prezzi costanti).
Ancora, la crescita del reddito agricolo è tra le più alte in Europa: +9,2% nel 2024, che si aggiunge al +11,7% del 2023, contro una media Ue che ha registrato, rispettivamente, un +0,7% nel 2024 e un -6,2% nel 2023.
L’Italia è leader mondiale per prodotti Dop e Igp, con circa 900 registrazioni, simbolo della qualità e della spiccata biodiversità italiana. La “Dop economy” pesa sull’agroalimentare italiano per una quota pari al 19% (dati 2024). Il Nordest si conferma area leader della Dop economy nel complesso (cibo e vino), con oltre 11 miliardi di euro.
È in crescita anche l’occupazione agricola, con circa 1 milione di addetti censiti nel 2024 (+0,7% sul 2023). Nel decennio, l’incremento è pari a +2,9%, a fronte del -17% europeo.
Gli investimenti privati agricoli, in Italia, sono ai massimi storici: il rapporto certifica 10,6 miliardi di euro di investimenti nel 2024. La produttività agricola, infine, è più elevata della media Ue, con 46.300 euro di valore aggiunto per addetto.
A questi traguardi si aggiunge l’ottima performance dell’export agroalimentare, con un valore prossimo ai 70 miliardi di euro nel 2024 e un saldo della bilancia commerciale passato da un deficit di 6 miliardi di euro del 2015 a un surplus di 2,8 miliardi di euro. Il trend positivo è proseguito anche nel 2025, con esportazioni in aumento del 5,7% nei primi nove mesi dell’anno. Il rapporto si sofferma, in particolare, sull’export verso gli Stati Uniti: nel 2024 le vendite di prodotti italiani negli Usa hanno infatti raggiunto 7,8 miliardi di euro, con un balzo del 17,1% sul 2023.
Le sfide: tensioni geopolitiche e nuovi dazi
A questo proposito, l’analisi Ismea mette in evidenza, oltre ai risultati positivi, gli svariati elementi di complessità: tutti esterni al settore, sono legati, in particolare, a uno scenario globale segnato da incertezze e conflitti. E si innestano in una fase di transizione delle relazioni economiche internazionali e di ritorno al protezionismo commerciale. I dazi introdotti dagli Stati Uniti nel 2025 rappresentano una questione particolarmente delicata, che trova un approfondimento all’interno del rapporto. Per valutare correttamente i loro effetti, occorre considerare le specificità dei singoli comparti, il grado di sostituibilità dei prodotti italiani sul mercato nordamericano e le dinamiche del tasso di cambio euro-dollaro: quest’ultimo, soprattutto, influisce sugli scambi in misura analoga alle tariffe fissate dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Più in generale, sulla base dell’accordo Usa/Ue del luglio 2025, il settore agroalimentare nostrano – gravato da un dazio addizionale medio ponderato del 12,9% – risulta meno colpito rispetto a quello di altri Paesi, ma relativamente più penalizzato rispetto a comparti industriali sensibili, per i quali l’Ue ha spuntato condizioni più favorevoli. La situazione rimane comunque in evoluzione, essendo tuttora fortemente influenzata dalle aspettative degli operatori. Una valutazione più accurata dell’impatto dei dazi potrà essere formulata, pertanto, solo a partire dalla metà del 2026.
Dal governo oltre 15 miliardi di euro negli ultimi tre anni per filiere, giovani e innovazione
Negli ultimi tre anni – lo ha confermato il ministro Lollobrigida a margine della presentazione – il governo ha mobilitato oltre 15 miliardi di euro per il settore agroalimentare, con l’obiettivo di rafforzare le filiere, promuovere l’innovazione e incentivare l’occupazione giovanile in agricoltura. L’attuazione del Pnrr agricolo ha portato le risorse gestite dal Masaf da 3,6 a 8,9 miliardi di euro. Tra gli interventi più significativi figura il “Fondo contratti di filiera (Fcf)”, la cui dotazione finanziaria è stata incrementata di ulteriori 2 miliardi di euro, per un totale complessivo di 4 miliardi di euro.
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