Prezzi nei supermercati, l’Ue porta l’Ungheria davanti alla Corte
La Commissione europea ha deferito l’Ungheria alla Corte di giustizia dell’Unione europea per le restrizioni imposte ai margini di vendita di alcuni prodotti alimentari e articoli da drogheria. Secondo Bruxelles, le misure sarebbero discriminatorie e sproporzionate, penalizzando soprattutto i grandi gruppi della distribuzione a capitale straniero e costringendo, in alcuni casi, i dettaglianti a vendere in perdita
Dalla Redazione
È notizia di questi giorni il deferimento dell’Ungheria da parte della Commissione europea, in seguito a una diatriba che prosegue ormai da circa un anno e riguarda un provvedimento inizialmente messo in campo per contenere l’inflazione e calmierare i prezzi di alcuni prodotti alimentari di base.
Le misure introdotte nel 2025
Il provvedimento risale al 2025, quando il governo ungherese introdusse una serie di limiti ai margini applicabili dai rivenditori, nell’ambito di una strategia volta a contrastare l’inflazione e ridurre il costo della spesa per i consumatori.
Come riportato anche da Startmag, le nuove regole prevedevano un tetto del 10% sulla differenza tra il prezzo di acquisto e quello di vendita di alcuni prodotti alimentari di base, tra cui pollo, latte, olio e zucchero, e del 15% per determinati articoli venduti nelle drogherie. Le disposizioni riguardavano in particolare i grandi operatori della distribuzione e, secondo la Commissione europea, avrebbero inciso soprattutto sulle imprese non ungheresi presenti sul mercato nazionale.
Da misure temporanee a norme permanenti
Le autorità di Budapest avevano inizialmente introdotto le misure su base temporanea, prorogandole però più volte, fino a trasferirle nella legislazione permanente nel maggio 2026.
Oltre a limitare i margini di vendita, la normativa imponeva ai dettaglianti di mantenere invariati i quantitativi dei prodotti venduti prima dell’entrata in vigore delle restrizioni. Secondo Bruxelles, l’effetto combinato di questi due obblighi genera perdite per gli operatori già presenti sul mercato ed elimina qualsiasi incentivo per nuove imprese intenzionate ad avviare la propria attività in Ungheria.
La differenza tra margine e profitto
Uno dei principali punti di scontro riguarda l’interpretazione del margine commerciale. Secondo la Commissione europea, le autorità ungheresi considererebbero erroneamente la differenza tra il prezzo di acquisto e quello di vendita come il profitto effettivo delle imprese, senza tenere conto dei numerosi costi sostenuti dalla distribuzione.
Tra questi rientrano le spese per personale, trasporto, stoccaggio, strutture, immobili e imposte. Il margine medio di vendita si aggirerebbe intorno al 30% nel commercio alimentare e al 35% nel settore delle drogherie, mentre il profitto reale delle aziende, una volta sottratti tutti i costi, sarebbe molto più basso, generalmente compreso tra il 3 e il 4%. Un tetto del 10 o del 15%, quindi, rischierebbe non soltanto di ridurre gli utili, ma di impedire ai dettaglianti di coprire i costi, costringendoli in alcuni casi a vendere i prodotti in perdita.
Nel mirino soprattutto i gruppi stranieri
Secondo la Commissione, il sistema presenterebbe inoltre un possibile profilo discriminatorio. La soglia di fatturato prevista dalla normativa finirebbe infatti per coinvolgere quasi tutti i grandi gruppi della distribuzione a capitale straniero attivi in Ungheria, tra cui Spar e Penny Market, lasciando invece escluse molte imprese ungheresi di dimensioni più contenute. Le misure renderebbero così più difficile e meno conveniente l’accesso al mercato e l’esercizio dell’attività commerciale da parte delle imprese provenienti dagli altri Stati membri.
Le possibili violazioni delle norme europee
Le restrizioni ungheresi potrebbero risultare discriminatorie e sproporzionate, in violazione della direttiva europea sui servizi e dell’articolo 49 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che tutela la libertà di stabilimento.
Le norme comunitarie impongono infatti alle autorità pubbliche di garantire la parità di trattamento e la non discriminazione degli operatori economici, evitando restrizioni alle attività imprenditoriali, salvo che siano giustificate da specifiche ragioni di interesse pubblico e risultino proporzionate agli obiettivi perseguiti. Per Bruxelles, le disposizioni adottate dall’Ungheria incidono negativamente sull’accesso alle attività commerciali e sul loro esercizio, ostacolando in particolare gli operatori stranieri.
Due procedure d’infrazione
Il deferimento riguarda due differenti procedure. La prima, identificata con il codice INFR(2025)2052, interessa le restrizioni applicate alla vendita di determinati prodotti alimentari. La seconda, INFR(2025)2102, riguarda misure analoghe relative ad alcuni prodotti non alimentari venduti nelle drogherie.
La Commissione aveva inviato una lettera di costituzione in mora nel giugno 2025, seguita da un parere motivato nel dicembre dello stesso anno. Ritenendo che l’Ungheria continui a violare le norme europee e che le risposte fornite dalle autorità nazionali non siano state sufficienti, la Commissione ha ora deciso di deferire entrambi i casi alla Corte di giustizia dell’Unione europea.
Copyright: Fruitbook Magazine



