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                      Obesità infantile: in Cile i divieti e le etichette “stop” sugli alimenti riducono il rischio

                      obesità infantile Cile legge

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                      Come ridurre l’obesità infantile? Uno studio pubblicato su The Lancet suggerisce che in Cile etichette nutrizionali, restrizioni al marketing e nuove regole per l’alimentazione scolastica abbiano contribuito a ridurre il rischio di sovrappeso e obesità nei bambini tra 4 e 6 anni

                      Dalla Redazione

                      obesità infantile Cile legge

                      La normativa cilena ha introdotto dei bollini ottagonali neri sulla parte anteriore delle confezioni dei junk food

                      Di fronte a uno dei più alti tassi di sovrappeso e obesità al mondo, il Cile ha scelto di intervenire non solo sulle abitudini alimentari dei cittadini, ma sull’intero ambiente in cui vengono effettuate le scelte di consumo. Dal 2016 il Paese sudamericano ha infatti introdotto una delle normative più rigorose a livello internazionale: etichette di avvertimento sulla parte frontale delle confezioni per gli alimenti ricchi di zuccheri, grassi saturi, sale o calorie, restrizioni alla vendita di questi prodotti nelle scuole e limiti stringenti alla pubblicità rivolta ai bambini.

                      Oggi, a distanza di dieci anni, una ricerca pubblicata su The Lancet suggerisce che questo pacchetto integrato di misure abbia plausibilmente contribuito a ridurre il rischio di sovrappeso e obesità tra i bambini più piccoli, offrendo una delle prime evidenze di un possibile rapporto causale tra politiche alimentari nazionali e salute infantile. Lo studio, condotto da ricercatori dell’Università Adolfo Ibáñez e dell’Istituto di Nutrizione e Tecnologia Alimentare dell’Università del Cile, ha analizzato i dati di oltre 300 mila bambini tra i 4 e i 6 anni.

                      Obesità infantile: una legge che interviene su etichette, scuole e marketing

                      La Legge cilena sull’etichettatura e la pubblicità degli alimenti (Food Labelling and Advertising Law – FLAL), entrata in vigore nel 2016, è stata tra le prime al mondo ad affrontare contemporaneamente diversi aspetti dell’ambiente alimentare. La normativa ha introdotto dei bollini ottagonali neri sulla parte anteriore delle confezioni per segnalare gli alimenti con un contenuto elevato di zuccheri, grassi saturi, sodio o calorie. Parallelamente ha vietato la vendita di questi prodotti nelle scuole e imposto forti limitazioni al marketing rivolto ai bambini, eliminando ad esempio mascotte, personaggi promozionali e altre strategie pubblicitarie capaci di influenzare le scelte dei più piccoli.

                      Secondo gli autori, prima di questo studio mancavano però evidenze in grado di stabilire un plausibile rapporto causale tra l’introduzione della legge e i risultati sulla salute dei bambini.

                      Oltre 321 mila bambini seguiti dal 2012 al 2017

                      Per valutare gli effetti della prima fase della FLAL, i ricercatori hanno adottato un approccio di tipo “difference-in-differences”, confrontando gruppi di bambini non esposti alla normativa con gruppi che ne hanno invece beneficiato durante il percorso scolastico.

                      L’analisi ha utilizzato i dati amministrativi nazionali del Consiglio cileno per gli aiuti scolastici e le borse di studio, provenienti principalmente dalla Mapa Nutricional, integrati con quelli dell’Encuesta de Vulnerabilidad. Sono stati presi in esame 321.597 bambini appartenenti ai gruppi campione 2012-2015, iscritti a scuole pubbliche e scuole sovvenzionate dallo Stato, seguendone l’evoluzione dalla scuola dell’infanzia fino alla prima elementare tra il 2012 e il 2017.

                      I gruppi di controllo comprendevano gli alunni entrati alla scuola dell’infanzia nel 2012 e nel 2013, mentre quelli di trattamento erano costituiti dai bambini entrati nel 2014 e nel 2015, quindi esposti alla prima fase della legge durante il percorso scolastico. L’esito principale analizzato era la probabilità di presentare un eccesso di peso, definito come sovrappeso o obesità, valutato attraverso l’indice di massa corporea (BMI). Lo studio ha inoltre effettuato analisi di sottogruppo considerando il tipo di scuola frequentata, l’area geografica, il livello di istruzione della madre, l’età materna al parto, il peso alla nascita e il sesso del bambino.

                      Meno bambini in sovrappeso dopo l’introduzione della legge

                      I risultati mostrano una riduzione significativa della probabilità di eccesso di peso nei bambini esposti alla normativa, con effetti più evidenti nei soggetti che hanno beneficiato della legge sia durante la scuola dell’infanzia sia in prima elementare, per un’esposizione complessiva di circa 18 mesi. Tra le bambine la probabilità di essere in sovrappeso o obese è risultata inferiore del 2,85% (IC 95% da -0,0407 a -0,0163), mentre nei bambini maschi la riduzione è stata del 2,40% (IC 95% da -0,0358 a -0,0122).

                      Effetti statisticamente significativi sono emersi anche dopo soli sei mesi di esposizione, limitatamente alla prima elementare: per le bambine il rischio è diminuito dell’1,91% (IC 95% da -0,0315 a -0,0068), mentre per i maschi la riduzione è stata del 2,24% (IC 95% da -0,0345 a -0,0104).

                      Secondo gli autori, questi risultati suggeriscono che la prima fase della FLAL abbia plausibilmente determinato una diminuzione misurabile della prevalenza di sovrappeso tra i bambini in età scolare.

                      Politiche alimentari e obesità infantile: le evidenze dello studio

                      Come evidenzia New Food Magazine, la ricerca ha valutato esclusivamente la prima fase della normativa. Successivamente, nel 2018 e nel 2019, il Cile ha ulteriormente irrigidito le soglie relative a zuccheri, grassi saturi, sale e calorie previste dalla FLAL, aspetti che non rientrano nell’analisi pubblicata su The Lancet.

                      Secondo Guillermo Paraje, professore di Economia all’Università Adolfo Ibáñez e autore dello studio, si tratta della prima ricerca che dimostra in modo plausibile come un pacchetto nazionale di politiche alimentari possa ridurre il rischio di sovrappeso e obesità nella prima infanzia. Per il ricercatore, i risultati rappresentano un’importante base scientifica per i decisori politici che intendano introdurre etichette nutrizionali obbligatorie sul fronte delle confezioni, restrizioni agli alimenti non salutari nelle scuole e limiti alla commercializzazione destinata ai bambini.

                      Nieves Valdes, professoressa associata della stessa università, osserva che la riduzione del rischio può apparire contenuta, ma ritiene probabile che l’inasprimento successivo della normativa abbia amplificato gli effetti, anche alla luce del maggiore calo delle vendite dei prodotti etichettati registrato nella seconda fase della legge. La docente ricorda inoltre che anche modeste riduzioni del peso in età infantile possono tradursi in benefici rilevanti nel lungo periodo, considerando il legame tra obesità infantile e successivo sviluppo di obesità, diabete, ipertensione e malattie cardiovascolari.

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