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            Rapporto FilieraSporca: succo di arancia come la coca, tagliato e meno puro

            FilieraSporca
            Presentato il rapporto FilieraSporca realizzato da Terrelibere, daSud e Terra. Uno spaccato impressionante (per i consumatori) sul mercato degli agrumi, pubblicato gli ultimi giorni di giugno da numerose testate mass market come l’Espresso e The Post Internazionale. Una denuncia su quello che avviene dalle campagne, tra sfruttamento e caporalato, agli scaffali, sia per le arance fresche che per quelle da industria. Passando per la truffa del succo italiano mischiato a quello brasiliano. Una giungla dove il più forte impone la propria legge. Nell’anno di Expo

             

            Dalla Redazione

             

            FilieraSporca“Il ‘virus della tristezza’ è una malattia che colpisce gli agrumi. Una parte del ramo diventa troppo grande e finisce per uccidere tutta la pianta”. Una metafora per spiegare come l’illegalità diffusa in tutta la filiera rischi di distruggere un intero settore. Si apre con queste parole di un agricoltore siciliano il rapporto FilieraSporca, un dossier firmato dalle associazioni daSud, Terra e Terrelibere, che indaga la filiera dell’arancia: dalle campagne allo scaffale della grande distribuzione. Lungo questo percorso si incrociano poteri criminali e sfruttamento dei braccianti stranieri. Campagne trasformate in lager senza acqua, luce e in condizioni igieniche pessime. E rotte dominate dai camion che fanno capo alle organizzazioni mafiose.

             

            [“Gli invisibili dell’agricoltura”: l’articolo completo di The Post Internazionale]

             

            Nel mezzo ci sono gli intermediari che di fatto sono i padroni dei mercati ortofrutticoli: “I mercati ortofrutticoli nascono come sbocco commerciale delle produzioni locali. Dovrebbero rifornire piccoli dettaglianti e mercati rionali. Sono sostanzialmente l’alternativa primaria alla grande distribuzione. Spesso funzionano male. Come abbiamo visto importano dall’estero. Sono dominati da un numero eccessivo di mediatori“, si legge nel rapporto. Proprio i mediatori, i sensali, sono quelli che impongono prezzi bassissimi ai piccoli produttori. Ognuno, insomma, scarica i costi sul più debole. Una vera e propria catena dello sfruttamento. In questa giungla, che inizia dall’albero e finisce nella grande distribuzione, dove il più forte impone la sua legge, la logica che guida gli imprenditori è banale: il profitto a qualunque costo, con qualunque mezzo.

             

            FilieraSporca 1Così è facile imbattersi in storie che possono sembrare surreali e che invece sono terribilmente reali. Gli autori del dossier spiegano per esempio come avviene il taglio del succo d’arancia. Già, il mitico succo d’arancia italiano. Cento per cento italiano? Non proprio. “Una bolla d’accompagnamento sostituita con un’altra. Con un solo gesto 510 tonnellate di succo d’arancia brasiliano diventavano italiane. Pronte per essere tagliate con gli agrumi di Rosarno”. Tagliate come si fa con la cocaina, la stessa che la ‘ndrangheta importa a tonnellate nello scalo di Gioia. “L’indagine è condotta dal Corpo Forestale dello Stato e dalla Procura di Palmi – prosegue il dossier – Siamo nel porto di Gioia Tauro. Un enorme hub dove le merci che arrivano dall’oriente sono stoccate su navi più piccole che arriveranno nei porti europei. Qui, negli anni, è arrivato di tutto. Dalle scarpe contraffatte alla cocaina nascosta nei blocchi di marmo o tra le banane dell’Ecuador. Non c’è limite alla fantasia dei trafficanti.

             

            [Scarica il rapporto completo: FilieraSporca, gli invisibili dell’arancia nell’anno di Expo]

             

            Ma sicuramente ci vuole molta immaginazione per pensare che il succo chimico – come spiegato in seguito – “taglierà” quello naturale. Il problema del “biondo calabrese” è il restrogusto amaro. Oltre la soglia del 13%, l’amaro non è accettato dalle specifiche delle bibite commercializzate nei supermercati. La soluzione è una banale mescolanza. Il succo brasiliano arriva nella Piana in vari modi, attraverso i container o sbarcando nei porti con meno controlli, come in Grecia, e poi proseguendo il percorso via terra. Come fosse il gioco dell’oca. È lo stesso giro dell’olio che arriva a Valencia e poi via camion in Italia. Gioia Tauro rimane un porto di transhipment. In questo modo non c’è controllo doganale. Il problema sono le mancate verifiche incrociate sulla produzione del succo. La maggior parte delle aziende ormai mescolano succo locale e altro importato”.

             

            FilieraSporca 2I promotori della campagna hanno chiesto ai grandi marchi della distribuzione e della produzione chiarimenti riguardo all’impegno contro il lavoro nero e la trasparenza nel percorso delle arance. Il succo d’arancia in Italia è nei fatti gestito in regime di oligopolio, i grandi protagonisti sono tre: Nestlé, multinazionale nata in Svizzera che produce l’aranciata San Pellegrino; la Coca-Cola, tra i brand più noti al mondo, che produce la Fanta; la San Benedetto, tutta italiana. Sono loro a determinare il prezzo del succo d’arancia che comprano dagli spremitori, ma cosa fanno per verificare che non arrivi da situazioni di sfruttamento? La Coca Cola è stata l’unica a rendere pubblico l’elenco dei fornitori: sono tutti in Sicilia e coprono l’intero fabbisogno dell’azienda usando solo succo italiano.

             

            Nelle conclusioni del rapporto ci si chiede: “Quanti sono i consumatori che sarebbero disposti a comprare un’arancia, un pomodoro, una bottiglia di vino, un succo, una conserva, sapendo che vengono dallo sfruttamento e dalla schiavitù? Probabilmente nessuno. Ma nessuno al momento è in grado di sapere se quello che sta mangiando è frutto di questo sfruttamento, se è sporco”. Lo scopo di #Filiera Sporca, dopo aver fotografato la situazione, è fare dei passi avanti anche dal punto di vista legislativo. “Le aziende devono rispondere per quanto avviene anche nei livelli inferiori della filiera”, afferma Fabio Ciconte, presidente di Terra!. “Con questa campagna chiediamo l’elenco pubblico dei fornitori e una normativa sull’etichetta anche per ragioni etiche, perché informazioni trasparenti permettono ai consumatori di scegliere prodotti liberi da sfruttamento”.

             

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