Brolo di Sant’Anna, si trova a Brescia il primo orto solidale d’Italia
In un campo di 6mila metri quadri, poco distante dal centro di Brescia, 50 volontari lavorano ogni giorno per coltivare ortaggi e frutta destinati alle famiglie bisognose del quartiere. Ma il Brolo di Sant’Anna, nato nel 2023, si è trasformato, in breve tempo, in un vero e proprio luogo di aggregazione, nel quale si salvaguardano le varietà locali, si insegna ai bambini come coltivare la terra nel rispetto dei ritmi della natura e si offre un’esperienza terapeutica, in collaborazione con i servizi sociosanitari della città
di Maddalena De Franchis
Più che un orto, è un’oasi: un’oasi di condivisione e inclusione, nella quale “nessuno si salva da solo” ma in tanti, uomini e donne, riescono a fare rete e a coltivare relazioni autentiche, esattamente come i frutti della terra di cui si prendono cura ogni giorno. Già, perché il Brolo di Sant’Anna, un campo di 6mila metri quadri appena fuori dal centro di Brescia, in via Arimanno, è uno spazio “agrosolidale”, un progetto in cui agricoltura fa rima con solidarietà, sostenibilità ed economia circolare. Inaugurato nella primavera del 2023, il Brolo ha visto la luce grazie all’iniziativa dell’Auser Insieme Oltremella e del Punto-comunità del quartiere Chiusure, una delle 18 articolazioni locali che il Comune ha istituito per coordinare le risorse associative delle diverse aree cittadine. A fine 2021, le due associazioni hanno deciso di dar vita a un orto solidale su una porzione del terreno – di proprietà del comune – posto ai piedi della collina di Sant’Anna. Ma a raccontare nei dettagli la storia del Brolo è Marcello Scutra, referente del Punto-comunità di Chiusure, tra gli ideatori del progetto.
L’idea nata da un corso sull’orticoltura urbana responsabile
“Nel 2021 abbiamo deciso, come Auser Insieme Oltremella, di erogare un corso di approccio responsabile all’orticoltura urbana, tenuto dall’agronomo Ocildo Stival – esordisce Scutra -. Al termine delle lezioni, molto apprezzate, ci siamo chiesti se fosse possibile trovare un’area in cui mettere in pratica quanto appreso. È nata così l’idea di proporre un progetto – elaborato con l’aiuto dello stesso agronomo che aveva tenuto il corso – finalizzato alla riqualificazione di un terreno comunale, fino ad allora coltivato a fieno dai contadini della zona. Oltre alla finalità solidale, il nostro progetto era improntato sulla salvaguardia del paesaggio: anziché suddividere l’area in tanti piccoli “quadratini” di orto urbano, abbiamo immaginato un unico campo, nel quale i volontari potessero lavorare tutti assieme. Compiute le verifiche del caso, il Comune ha approvato il progetto e ci ha affidato il terreno per 4 anni, fino al 2027. Da quel momento è iniziata, per noi, la ricerca di partner, sostenitori e volontari che credessero nel progetto e lo supportassero”.
Cos’è un “brolo”?
Prima di scoprire gli altri capitoli della storia, è bene fare una pausa e rispondere alla domanda che, probabilmente, tutti i non bresciani hanno posto a Scutra e agli altri referenti del progetto, ovvero: Cos’è un “brolo”? Nella tradizione bresciana, il brolo rappresentava, per la casa contadina e le ville dei signorotti locali, la dispensa annuale dei prodotti ortofrutticoli, pensata per sostentare il regime alimentare delle famiglie per un anno intero. Nel gergo agronomico si parla di “jardin fruitière”. Il Brolo di S.Anna ripropone questo modello produttivo, in chiave solidale e di gestione sostenibile, a favore della comunità di quartiere e coinvolgendo come partner i soggetti presenti nel territorio. Con il comune di Brescia, che mantiene la proprietà dell’area agricola, è stato siglato un patto di collaborazione.
La finalità solidale
La particolarità del Brolo di Sant’Anna è che chi ci lavora lo fa senza introito, mettendo il proprio tempo e le competenze a disposizione degli altri. Solo il 20% del raccolto viene infatti redistribuito tra chi coltiva, mentre il restante 80% viene destinato, tramite la Caritas, a 160 famiglie bisognose del quartiere Chiusure e delle zone limitrofe.
Oggi, i volontari – anzi, i “brolontari”, come essi stessi amano definirsi – sono cinquanta, ognuno con una mansione e dei turni di operatività da seguire: coordinati da un’organizzazione scrupolosa, nel corso del 2024 sono riusciti a far produrre al terreno di via Arimanno ben 3.800 chilogrammi di prodotti, pari al triplo del raccolto del primo anno. Ad affiancare i volontari nella tenuta del primo orto solidale d’Italia ci sono, inoltre, gli utenti del servizio Cps degli Spedali civili bresciani, i pazienti del Centro diurno di via Luzzago, gli utenti della cooperativa San Giuseppe, quelli del Calabrone e i giovani della cooperativa La mongolfiera. Persone fragili e con vulnerabilità, così come quelle seguite dai Servizi sociali della zona Ovest della città.
“Abbiamo avviato, inoltre, un rapporto di collaborazione con i ragazzi dell’Istituto Alberghiero Mantegna, che si consoliderà in un progetto condiviso con Slow Food (anche Slow Food TerreAcque Bresciane ha sposato da tempo il progetto del Brolo) – aggiunge Scutra -. Continua la collaborazione con le scuole del nostro Istituto comprensivo scolastico Ovest 3 che, fin dall’inizio, hanno aderito con entusiasmo al progetto, creando un orto didattico all’interno del campo. Così come prosegue la proficua collaborazione con gli apicoltori bresciani: nel 2024, le api del Brolo hanno prodotto 45 kg di miele e melata. Abbiamo coinvolto, infine, diversi istituti ed enti del settore agrario attorno a un progetto cui teniamo molto, finalizzato alla salvaguardia e al recupero del ‘cavolfiore dei Ronchi’, ortaggio ‘dimenticato’, eppure rimasto nella memoria di tanti bresciani”.
Cosa si coltiva
A fine 2024, il raccolto che ha dato più soddisfazione, in termini di peso, è stato sicuramente quello di meloni, zucche e zucchine (pari a 918,5 kg), seguito dagli ortaggi da foglia come insalata e radicchi (702,2 kg), patate (580,5 kg), pomodori (469,3 kg) e cipolle (324,5 kg). Tra le peculiarità dei prodotti del Brolo ci sono, appunto, la qualità delle verdure e dei frutti che sono perlopiù autoctoni, antichi o rari. Buona è stata, infine, la produzione di mais nero spinato di Esine (varietà tipica della Val Camonica), che ha fruttato 145 kg, trasformati, poi, in 120 kg di farina integrale biologica.
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