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                      Uva pugliese, allarme export: Suez e Hormuz mettono a rischio le rotte

                      Le tensioni tra stretto di Hormuz e Canale di Suez iniziano a preoccupare il comparto dell’uva da tavola pugliese. Nicola Coniglio (Coniglio Srl): “Se dopo la Russia si fermasse anche il Medio Oriente, il danno per la stagione 2026 sarebbe gravissimo”

                      Dalla Redazione

                      L’uva da tavola della Coniglio Srl (foto sito aziendale)

                      Le tensioni geopolitiche tra stretto di Hormuz e Canale di Suez iniziano a preoccupare anche il comparto ortofrutticolo pugliese. Per l’uva da tavola destinata al Medio Oriente, infatti, eventuali rallentamenti o blocchi delle rotte marittime potrebbero compromettere tempi di consegna e conservabilità del prodotto, proprio alla vigilia della campagna commerciale 2026.

                      È questo il quadro delineato su La Gazzetta del Mezzogiorno da Nicola Coniglio, titolare della Coniglio Srl di Adelfia, azienda del Barese specializzata in uva da tavola e anche in altri prodotti tipici pugliesi. “Se dovesse aggiungersi alla chiusura del mercato agroalimentare russo anche quella del mercato mediorientale, sarebbe un grave danno per il comparto dell’uva nella stagione 2026”, sottolinea l’imprenditore – 50 anni, membro anche del consiglio nazionale di Fruitimprese – che lega le preoccupazioni del settore alla crisi economica provocata dal blocco dello stretto di Hormuz. La sua azienda, che sorge lungo la provinciale per Valenzano, esporta uva in tutto il mondo.

                      Una filiera da 1.500 ettari

                      Secondo quanto riportato nell’articolo della Gazzetta del Mezzogiorno, l’azienda lavora prodotti provenienti da circa 1.500 ettari distribuiti tra nord barese, sud est barese e arco ionico.

                      Tra le produzioni ci sono uva, ciliegie, albicocche, angurie, brassiche e verdure invernali. I produttori sono riuniti nell’OP Terra Nostra: il prodotto viene coltivato, raccolto e conferito alla struttura commerciale guidata da Coniglio, che si occupa poi della distribuzione in Italia, in Europa e nei mercati internazionali.

                      I principali sbocchi commerciali sono Svizzera, Austria e Germania, anche se le catene distributive servite si trovano in tutta Europa.

                      Dieci milioni di chili di uva esportati ogni anno

                      L’azienda, sempre secondo quanto riportato dalla Gazzetta del Mezzogiorno, registra una crescita annua di circa il 20% sia nei volumi sia nel fatturato. “Esportiamo ogni anno 10 milioni di chili di uva nel mondo, con un fatturato che supera i 30 milioni annui”, spiega Coniglio nell’intervista.

                      La società nasce nel 2007 da un progetto imprenditoriale maturato dopo esperienze nel settore della consulenza aziendale in Europa. “Ero desideroso di mettere a frutto queste esperienze manageriali in un’attività di tipo agroalimentare che avevo imparato da mio nonno”, racconta l’imprenditore.

                      Il nodo logistico tra Suez e Hormuz

                      La guerra con l’Iran e le tensioni geopolitiche stanno però creando forti incertezze sul fronte logistico. “I nostri container sono carichi di uva, il prodotto lo esportiamo via mare e l’uva da tavola attraversa il canale di Suez per raggiungere il Medio Oriente – dice Coniglio -. Quindi scendendo dal lato ovest della penisola arabica devono circumnavigare e raggiungere la parte di Hormuz per arrivare a Dubai”. Sin da oggi crescono preoccupazioni anche se il traffico inizia ad agosto. “Non sappiamo se la rotta sarà percorribile, visti i pericoli”.

                      Viaggi lunghi fino a 30 giorni

                      Nell’intervista viene spiegato anche il tema dei tempi logistici. L’uva destinata al Medio Oriente necessita di circa 20 giorni di viaggio via nave, a cui si aggiungono le operazioni di carico e scarico, arrivando complessivamente a circa 30 giorni. “Non possiamo correre il rischio che un container resti fermo perché superati questi 30 o 40 giorni, il prodotto si deteriora”, afferma Coniglio.

                      L’azienda è già in contatto con spedizionieri e trasportatori, compresa MSC, ma al momento – riferisce l’imprenditore – non ci sarebbero garanzie sui tempi di consegna. Nel periodo dell’uva, inoltre, l’azienda arriva a impiegare oltre 500 dipendenti nei picchi stagionali.

                      Il precedente del mercato russo

                      Alle difficoltà legate al Medio Oriente si aggiunge poi il tema del mercato russo. Coniglio ricorda che la Russia rappresentava uno storico mercato di esportazione per il comparto, insieme a quello europeo. “Dal 2014 con l’annessione della Crimea da parte di Mosca c’è stato l’embargo”, spiega. Nell’intervista aggiunge anche che, secondo quanto riferito, i competitor greci continuerebbero invece a esportare in Russia passando attraverso la Turchia.

                      Da qui la preoccupazione finale rilanciata nell’articolo della Gazzetta del Mezzogiorno: “Se dovesse aggiungersi la chiusura del mercato mediorientale, sarebbe un grave danno per il comparto dell’uva nel 2026”.

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