Braccianti bruciati vivi nel Cosentino: l’ombra del caporalato sulla strage
Quattro giovani braccianti, tra i 19 e i 29 anni, sono stati bruciati vivi in un minivan ad Amendolara, nel Cosentino. Fermati due cittadini pakistani. Le indagini puntano sul caporalato e sui possibili contrasti per il controllo della manodopera agricola nelle campagne della Sibaritide
Dalla Redazione
Quattro uomini intrappolati in un minivan e bruciati vivi, un quinto che riesce a salvarsi sfondando un finestrino e una comunità di lavoratori migranti sotto shock. È la tragedia che si è consumata ad Amendolara, nel Cosentino, dove quattro braccianti agricoli – tre afghani e un pakistano – hanno perso la vita in circostanze che gli inquirenti definiscono di una “crudeltà inenarrabile”. Per la strage sono stati fermati due cittadini pakistani accusati di omicidio plurimo e pluriaggravato, mentre la Procura di Castrovillari indaga per fare luce sul movente. Tra le piste al vaglio ci sono il caporalato e possibili contrasti tra gruppi di lavoratori stranieri impiegati nelle campagne della Sibaritide.
Le immagini shock che hanno portato ai fermi
A indirizzare rapidamente le indagini sono state le immagini registrate da una telecamera di videosorveglianza della stazione di servizio lungo la Statale 106, ad Amendolara, dove era fermo il minivan sul quale viaggiavano i braccianti. Il filmato documenta gli istanti che precedono il rogo costato la vita ai quattro lavoratori agricoli.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, sul mezzo si trovavano sette persone. Le immagini mostrano due uomini scendere dal veicolo: uno versa un liquido infiammabile dal portellone posteriore, mentre l’altro mantiene chiuse le possibili vie di uscita. Pochi istanti dopo si sviluppa la fiammata che avvolge il minivan e i due uomini si allontanano.
Il video, insieme alle testimonianze raccolte e alle immagini delle telecamere presenti nella zona, ha contribuito all’identificazione dei due cittadini pakistani fermati con l’accusa di omicidio plurimo e pluriaggravato.
Il racconto del sopravvissuto
A sfuggire alla morte è stato Mohammad Taj Alamyar, 35 anni, cittadino afghano che viveva a Villapiana insieme alle vittime. Come riferito dagli inquirenti e riportato da Sky TG24, l’uomo è riuscito a salvarsi forzando il portellone posteriore del veicolo mentre uno degli aggressori tentava di chiuderlo. Pur riportando ustioni, è riuscito a mettersi in salvo.
Intervistato dal Tg regionale della Calabria, il bracciante ha raccontato che i due fermati avrebbero preteso del denaro per il trasporto. Al rifiuto delle vittime, secondo la sua testimonianza riportata da Il Post, sarebbe stata versata benzina nell’abitacolo prima di dare fuoco al mezzo con gli uomini ancora all’interno. Il sopravvissuto ha inoltre denunciato condizioni di forte sfruttamento, sostenendo di essere stato costretto a lavorare sotto minaccia e di non avere mai ricevuto alcun compenso economico. “I soldi non ce li davano, da mangiare sì, la casa sì ma i soldi no”, ha raccontato.
Chi erano le vittime
Le quattro vittime erano giovani braccianti agricoli impiegati nei campi del Sud Italia. Avevano tra i 19 e i 29 anni e vivevano insieme a Villapiana, nel Cosentino. I loro nomi erano Waseem Khan, 29 anni, cittadino pakistano, e gli afghani Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, e Safi Iayjad, 27 anni. Gli investigatori sono riusciti a identificarli grazie ai documenti trovati nell’appartamento che condividevano con altri migranti, tra i quali Mohammad Taj Alamyar, l’unico sopravvissuto alla strage.
Secondo quanto emerso dalle indagini, tutti erano regolarmente presenti in Italia e in possesso del permesso di soggiorno, così come i due uomini fermati.
Caporalato o contrasti fra gruppi di braccianti
Le indagini coordinate dalla Procura di Castrovillari sono ancora nelle fasi iniziali. Il procuratore Alessandro D’Alessio ha spiegato che il caporalato rappresenta una delle piste investigative, ma non l’unica. Gli investigatori stanno valutando anche la possibilità che la strage sia maturata nell’ambito di contrasti tra gruppi di diverse nazionalità per il controllo del lavoro agricolo nella zona.
L’attenzione si concentra in particolare sulla Sibaritide, l’ampia area agricola compresa tra il Pollino e la Sila dove la raccolta stagionale di fragole, olive, agrumi, pesche e riso impiega numerosi lavoratori stranieri. Come ricorda Il Post, in questo territorio il reclutamento della manodopera avviene spesso attraverso forme illecite, con intermediari che organizzano il trasporto e il lavoro dei braccianti trattenendo parte della loro paga.
Le reazioni di politica e sindacati
La vicenda ha immediatamente riacceso il dibattito sullo sfruttamento del lavoro agricolo e sulle condizioni dei lavoratori migranti. La Flai Cgil ha annunciato una manifestazione ad Amendolara, sostenendo che dietro il sistema che ha portato alla tragedia vi siano responsabilità più ampie dei soli presunti esecutori materiali. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha chiesto di “accendere un faro contro lo sfruttamento”, mentre il deputato del Movimento 5 Stelle Riccardo Tucci ha sollecitato un’informativa urgente ai ministri dell’Interno, dell’Agricoltura e del Lavoro.
Anche la Regione Calabria ha annunciato l’intenzione di costituirsi parte civile. Il presidente Roberto Occhiuto ha inoltre chiesto che il Consiglio regionale dedichi una seduta al tema del caporalato, dello sfruttamento e della condizione dei lavoratori migranti.
L’intervento del Governo
Sulla strage è intervenuta anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha definito quanto accaduto un “terribile crimine” e ha chiesto che venga fatta piena luce sulle responsabilità. La ministra del Lavoro Marina Calderone ha invece parlato di un episodio “inaccettabile”, ribadendo che il contrasto al caporalato richiede un impegno costante e coordinato per prevenire gli abusi e tutelare la dignità di chi lavora nei campi.
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