convegno relatori bestack imballaggi

Con l’imballaggio in cartone la frutta dura più a lungo


Durante il convegno a Macfrut organizzato da Bestack è stata presentata una ricerca dell’Università di Bologna sul rapporto tra imballaggi e conservazione del prodotto. La professoressa Rosalba Lanciotti ed il suo team non hanno dubbi: “La frutta va a male prima se stoccata nella plastica, il cartone assorbe i batteri”. Occorre a questo punto continuare a fare ricerca ampliando il campo ad altri prodotti orticoli e frutticoli

di Irene Pasquetto

convegno relatori bestack imballaggiQuello che è emerso dalla ricerca condotta dalla facoltà di Agraria è impressionante. Il team dell’Unibo ha indagato la presenza e il proliferare di due tipi di microrganismi: quelli patogeni e quelli degradativi. Due anche i tipi di esperimenti condotti: i ricercatori hanno prima verificato il grado di contaminazione su un imballaggio di plastica ed uno di cartone allo stato normale delle cose, dopo di ché hanno contaminato meccanicamente i due ambienti per vedere quanti microrganismi proliferano e a che velocità.

I DATI

Per quanto riguarda il primo esperimento si è verificato che la contaminazione iniziale è superiore negli imballaggi in plastica. Ma, attenzione, se questi vengono sanificati non presentano tracce di batteri esattamente come in quelli in cartone. 

Nel secondo esperimento il team di Agraria ha stoccato nei due tipi di imballaggi delle pesche volutamente forellate ed ha inserito dei batteri degradativi. Ne è emerso che mentre la frutta, quando conservata nel cartone, tende a durare di più anche nelle condizioni peggiori, quando si trova nella plastica i batteri proliferano molto velocemente. Sulla stessa quantità di frutta stoccata in queste condizioni dopo 72 giorni: sull’imballaggio in cartone vi erano circa 630 cellule di batteri, su quello in plastica 15.000. La spiegazione? Il cartone è poroso e assorbe i microrganismi.

La ricerca ha tenuto conto anche dell’alveolo che, a detta della professoressa, è sì una barriera ma non stagna in quanto presenta dei fori (di alcuni millimetri) che lasciano passare con facilità i microrganismi (che si misurano in micron), movimento favorito dall’effetto biosol (condensa che si forma con le diverse temperature), creando quindi un ambiente fertile per il moltiplicarsi dei batteri.

Quelli del settore, però, lo sanno bene: in teoria la frutta è già stata venduta in quell’arco di tempo. Ed è qui, ha spiegato il professor Roberto della Casa, che è il vero problema. “Se il consumatore si trova un frutto che gli va a male dopo poche ore che lo ha portato a casa si disaffeziona e non lo compra più”, ha spiegato il docente di Economia. Dalla ricerca è emerso comunque che le pesche confezionate nel cartone hanno una shelf life superiore a quelle confezionate negli imballi di plastica riutilizzabili e a sponde abbattibili (RPC) di 1-3 giorni a casa del consumatore, a seconda di altre variabili quali mantenimento della catena del freddo, tempo di commercializzazione e numero di lesioni. E questo indipendentemente da come il consumatore porta casa il prodotto, in quanto il processo di marcescenza inizia nel confezionamento e continua fina a casa del consumatore.

“Si badi bene – spiega Claudio Dall’Agata del Consorzio Bestack – che tale differenza non è visibile agli operatori del settore in quanto le differenze non si vedono né nel magazzino di confezionamento,  né nei cedi né nei punti vendita ma solo a casa del consumatore. Si tratta quindi di un beneficio al consumatore in termini di servizio, uno strumento di segmentazione dell’offerta e di innalzamento della qualità. Fino ad oggi nessuno si è preoccupato di ciò che accade a casa del consumatore. Se il prodotto è buono o no. Del post vendita come nel caso delle auto per misurare il grado di soddisfazione. L’utilizzo dell’imballo in cartone, come evidenzia la ricerca, significa poter allungare la shelf life del prodotto maturo e quindi a ritroso poterlo raccogliere a uno stadio di maturazione superiore e quindi proporre al consumatore un prodotto più gustoso, più buono”.

FUORI DAL LABORATORIO

Come ha fatto notare lo stesso Roberto della Casa, si tratta di una ricerca fatto “in vitro” e come tale sappiamo che per definizione non può rispecchiare al 100 per cento la realtà delle cose. È però una ricerca importante perché svolta da un organismo di ricerca indipendente che ha impiegato tre anni per arrivare a queste evidenze. I risultati della ricerca richiedono comunque ulteriori approfondimenti data la loro rilevanza.

 Copyright Fruitbookmagazine.it