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                      Fruitimprese, Salvi: «Ecco i problemi del comparto ortofrutticolo»

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                      Marco Salvi, presidente nazionale di Fruitimprese

                      Nella sua relazione alla 76.esima assemblea annuale di Fruitimprese, tenutasi a Roma il 10 aprile 2025, il presidente nazionale Marco Salvi dopo aver sottolineato il record raggiunto dalle esportazioni italiane di ortofrutta fresca con 6,056 miliardi di euro, ha tracciato un quadro del settore ortofrutticolo tra guerre, tensioni internazionali (“i dazi di Trump non incideranno in modo decisivo”), nuovo corso della Commissione Europea ed alcuni problemi ormai atavici di questo comparto

                      Dalla Redazione

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                      Marco Salvi, presidente nazionale di Fruitimprese

                      Un problema recente: le tensioni internazionali. Se infatti le manovre protezionistiche di Trump non incideranno in modo decisivo sul nostro export (per il prodotto fresco le nostre esportazioni valgono circa 42 milioni di euro di kiwi), il conflitto in Medio Oriente e gli attacchi dei ribelli Houthi nel Mar Rosso stanno minando pesantemente le spedizioni di frutta italiana verso l’India e il Sud Est Asiatico di mele e kiwi, prodotti che mal si prestano a soluzioni alternative troppo lunghe e costose, come la circumnavigazione dell’Africa o il trasporto misto mare-terra.

                      Farm to Fork, fine dell’ideologia? Per quanto riguarda la politica europea, Marco Salvi, riprendendo due frasi dalla “Vision”, il documento che rappresenta il punto di vista della Commissione UE per il settore agricolo e alimentare (“La Commissione valuterà con attenzione ogni ulteriore divieto di pesticidi se non saranno disponibili alternative in tempi e costi ragionevoli”; ai pesticidi dannosi vietati nella UE non dovrebbe essere consentito di rientrarvi con le importazioni”), sottolinea che “queste sono le prime frasi di buon senso ed a favore dell’agricoltura europea che abbiamo sentito da un po’ di tempo”.

                      Il nodo degli agrofarmaci. Salvi ha sottolineato che, senza dubbio, il cambiamento climatico e le politiche in tema di difesa ambientale segneranno il futuro del nostro settore, sia nell’immediato che a lungo termine. “L’approccio della precedente legislatura europea all’argomento si è dimostrato senza dubbio fallimentare, Il taglio lineare proposto all’uso degli agrofarmaci, dapprima imposto e poi frettolosamente ritirato, sotto le pressioni di chi di agricoltura vive ogni giorno, ha lasciato un foglio bianco che dobbiamo scrivere tutti assieme”.

                      Di solo bio non si può vivere. “Da alcuni anni si è deciso di mettere sul banco degli imputati gli agrofarmaci. Posso affermare senza tema di smentita – dice Salvi – che nessun agricoltore ha piacere ad usare gli agrofarmaci, ne farebbe sicuramente a meno, se non altro per una motivazione economica. La strategia Farm To Fork aveva individuato nel ricorso al biologico la soluzione del problema; premesso che, come Fruitimprese, non abbiamo nulla contro questo metodo di coltivazione, i fatti stanno dimostrando che di solo bio non si può vivere, per una questione di rese e di terreni idonei disponibili”.

                      La reciprocità nei principi attivi. “La parola d’ordine delle politiche europee in questo ambito deve essere reciprocità – ha proseguito Salvi – sia nei confronti dei prodotti di importazione, a cui, in caso di messa al bando degli agrofarmaci vengono concessi due anni di tempo per adeguarsi, sia per quanto riguarda le autorizzazioni in deroga. Se un prodotto è autorizzato e utilizzato in uno Stato Membro, lo deve essere automaticamente anche in quelli in cui si pratica la stessa coltivazione”. Qui il riferimento è al caso del Dormex per i kiwi, autorizzato in deroga in Grecia e vietato in Italia.

                      Consumi: -15% in 5 anni in Italia. Il presidente di Fruitimprese ha posto poi l’attenzione su alcune problematiche che da anni interessano il settore: in primo luogo quella dei consumi, che, seppur sostanzialmente stabili nel 2024, non riescono a recuperare i 15 punti percentuali perduti negli ultimi 5 anni. Qui, accanto alla importante iniziativa per il sostegno del consumo della frutta a guscio organizzata da ISMEA assieme alla nazionale di rugby, ne serve una istituzionale che riporti frutta e verdura sulle tavole delle famiglie, perché, ricorda Salvi, ogni euro speso in cibo spazzatura, ne costa due per il sistema sanitario nazionale.

                      La disfatta del PPWR. Parlando di imballaggi, Marco Salvi, ha sottolineato la delusione per la definitiva approvazione del regolamento sugli imballaggi e rifiuti di imballaggio, conosciuto come PPWR che, salvo deroghe, vieta l’uso di imballaggi in plastica al di sotto del chilo e mezzo per l’ortofrutta. Il testo della nuova norma non solo penalizza inspiegabilmente un settore che rappresenta solamente l’1,5% dell’imballaggio in plastica utilizzato nel settore agroalimentare, ma promette di diventare, se non vi si pone rimedio, una barriera interna al commercio tra i Paesi dell’Unione Europea. Se infatti ogni Stato stabilirà deroghe diverse al divieto per la plastica, saremo costretti a cambiare tipologia di imballo in base al Paese di destinazione.

                      Manca manodopera. “L’agricoltura italiana, che per tanti anni ha potuto contare sulla manodopera specializzata nazionale o proveniente dall’Est, sta perdendo progressivamente e inesorabilmente personale, i fattori sono molteplici, sicuramente non siamo un settore con un grande appeal tra i giovani, inoltre le maestranze rumene, bulgare e polacche ora preferiscono i Paesi del Nord Europa dove la tassazione è più chiara e immediata. Tante aziende si sono rivolte ai lavoratori provenienti dall’Africa, a cui stiamo insegnando il mestiere tra mille difficoltà linguistiche e religiose, ma anche culturali e di rispetto del prodotto, tanto che non è raro sentire di aziende che rinunciano a certe pratiche agronomiche per la mancanza di personale in grado di portarle a termine nel modo corretto. Probabilmente bisogna affrontare la questione abbandonando i soliti steccati che dividono datori di lavoro e sindacati”.

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