L’ortofrutta e il “ricatto” dei supermercati. Il dossier di Internazionale
Una lunga inchiesta di Internazionale svolta nel distretto ortofrutticolo dell’Emilia-Romagna e del Veneto accende nuovamente i riflettori sul sistema di potere della Gdo e sulle dinamiche contrattuali che svantaggiano i produttori. La “tassa d’ingresso” al banco della grande distribuzione sarebbe una regola generalizzata, accettata a forza da tutti i produttori intervistati, e riguarderebbe tutte le catene, dai discount ai grandi retailer nazionali
Dalla Redazione
Nel cuore produttivo dell’agroalimentare italiano, dietro i banchi ordinati dei supermercati, si nasconde un sistema opaco e sbilanciato. È quello messo in luce da una nuova inchiesta di Internazionale, che denuncia ancora una volta le dinamiche contrattuali della grande distribuzione organizzata nei confronti dei produttori ortofrutticoli. Un intreccio di pratiche consolidate – e accettate senza possibilità di trattativa – che sottraggono valore alla base della filiera.
L’inchiesta si focalizza sulla Pianura Padana, “in quelle terre un tempo floride, dove oggi il clima è cambiato”, scrive Internazionale, non solo per gli eventi meteo estremi, ma perché “i conti non tornano”. “Alcuni giovani hanno rinunciato a proseguire l’attività delle aziende di famiglia. Altri resistono, ma spesso si trovano davanti a un bivio”. In diversi mesi di lavoro sono state raccolte decine di interviste, soprattutto nel grande distretto ortofrutticolo dell’Emilia-Romagna e del Veneto, in cui ci sono aziende produttrici e cooperative che comprano i prodotti anche da altre parti d’Italia e siglano i contratti con le insegne della distribuzione.
Il ristorno come “tassa per lavorare”
Il meccanismo più emblematico messo in luce da questa nuova inchiesta di Internazionale è quello del ristorno, “una quota del fatturato che i fornitori agricoli devono restituire alla fine di ogni anno alle insegne della grande distribuzione organizzata (Gdo)”. Ufficialmente destinato a coprire spese di logistica e promozione, nella realtà è percepito come un costo imposto. Un dieci per cento, che è “il tributo da pagare per lavorare con loro. Per avere spazio sugli scaffali. Se non lo accetti, resti fuori”, come rivela un produttore intervistato da Internazionale. Una pratica comune e trasversale a tutte le catene, che può arrivare anche al 14% a seconda della forza contrattuale del produttore.
“Extra-profitti strutturali”
Ma il ristorno rappresenta solo la punta dell’iceberg. La relazione tra agricoltori e Gdo si fonda su “trattative sbilanciate, compromessi imposti, margini tagliati”, dove i produttori subiscono richieste pressanti su sconti, orari di consegna, percentuali di scarto. Il risultato? “Il produttore, già stremato da costi crescenti e richieste asfissianti, accetta lo sconto pur di non essere escluso dal sistema.” Il consumatore? Paga comunque il prezzo pieno, come se la distribuzione non avesse ottenuto alcuno sconto. Mentre la Gdo dal canto suo accumula un “extra-profitto strutturale”, come viene definito nel dossier, vale a dire “un guadagno sistematico costruito su uno squilibrio di potere”.
Una “anomalia contabile” nella filiera
“La parte agricola è diventata un’anomalia contabile, un fornitore sottopagato e sempre sotto pressione. Ma finché la frutta arriva bella sugli scaffali, nessuno si fa domande”, denuncia uno dei produttori intervistati. Il sistema non è marginale: riguarda tutte le insegne, dai discount alle grandi catene nazionali. “Lo sconto non si discute”, confermano tutti gli operatori. “Al massimo si riesce a ridurlo di uno o due punti percentuali, ma tutte le insegne lo pretendono”. “Noi dobbiamo sempre considerare nei nostri conti quel 10 per cento che alla fine dell’anno andrà restituito. E i conti non sempre tornano”, rivela il produttore intervistato da Internazionale.
Il fallimento della normativa
Nel 2019, l’Unione europea ha approvato una direttiva contro le pratiche commerciali sleali. Ma molte richieste della Gdo rientrano nella cosiddetta “lista grigia”: sono quindi legali, se formalizzate per iscritto. “Oggi non solo siamo costretti ad accettarle, ma dobbiamo anche firmare contratti che ne sanciscono la legittimità. È perfino peggio: stiamo autocertificando la riduzione del nostro utile”, afferma un altro operatore.
Nonostante l’Italia abbia recepito la direttiva con la legge 198/2021, vietando ad esempio le aste elettroniche al doppio ribasso, l’impatto resta limitato. “La direttiva europea e la legge 198 che la recepisce sono il classico pannicello caldo dato al moribondo”, commenta l’avvocato Gualtiero Roveda, esperto di diritto agroalimentare, interpellato da Internazionale. Le sanzioni per pratiche sleali nel 2023-2024 ammontano a soli 665 mila euro contro danni stimati di almeno 350 milioni annui.
Scarso potere contrattuale e concorrenza sleale dall’estero
Il potere contrattuale dei produttori è ridotto anche dalla frammentazione: “I produttori che vendono ortofrutta alla Gdo sono 7 mila. Le insegne della distribuzione sono 25”, dice il manager di un grosso gruppo ortofrutticolo. In questo contesto, ogni trattativa è una battaglia. “Il prezzo lo fa il mercato. Ma in questo mercato, chi vende è quasi sempre in posizione di debolezza”, aggiunge.
A complicare il quadro si aggiunge la concorrenza estera. “Può succedere che ci chiamino e ci dicano che il prodotto spagnolo costa meno. O che i greci stanno offrendo una partita a un prezzo più basso – continua il manager -. O accetti quelle condizioni o resti fuori dagli scaffali”. Una forma di concorrenza sleale internazionale perfettamente legale ma “devastante sul piano economico e sociale”.
Il paradosso dell’ortofrutta
Il settore ortofrutticolo è il più esposto a queste dinamiche di filiera distorte. Mario Gasbarrino, amministratore delegato del gruppo Decò, intervistato da Internazionale lo dice senza mezzi termini: “I ristorni sono sempre esistiti, ma paradossalmente stanno diminuendo ovunque, tranne che sull’ortofrutta, dove continuano a salire”. E ammette che spesso le trattative sono “muscolari”.
L’ortofrutta, dice Gasbarrino, “è un mondo alla rovescia”. “Si pianificano promozioni con due mesi di anticipo, quando ancora non sai se ci sarà la merce. È assurdo. Il fresco, per sua natura, non dovrebbe seguire delle logiche promozionali”.
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