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            Hong Kong, cresce il vertical farming nel segno della sostenibilità

            Hong Kong sta vivendo una crescita notevole di orti verticali e indoor: un’offerta ampia che cerca di venire incontro alle esigenze di una classe media consapevole e attenta alla sicurezza in materia di alimentazione. Impianti che permettono di coltivare ortaggi al chiuso e senza suolo stanno diventando una realtà anche nel nostro Paese, come dimostrato l’anno scorso a Expo. Vale la pena ricordarlo nella Giornata Mondiale del Suolo voluta dalle Nazioni Unite

             

            di Massimiliano Lollis

             

            L'impianto della VMO a Hong Kong (NIKKEI Asian Review).

            L’impianto VMO a Hong Kong (NIKKEI Asian Review)

            I dati del governo di Hong Kong mostrano che più del 90% del consumo quotidiano locale di ortofrutta – circa 2.300 tonnellate – proviene dalla Cina. Secondo la testata giapponese NIKKEI Asian Review sarebbero però sempre più numerosi i cittadini di Hong Kong che, scettici riguardo gli standard di sicurezza dei prodotti agricoli cinesi, si affidano a prodotti locali e alternativi, frutto di coltivazione verticale idroponica (o fuori suolo) nota come vertical farming o indoor farming.

             

            Nonostante l’aurea futuribile che aleggia su questa tecnologia, la coltivazione idroponica è ormai realtà, contando sempre maggiori estimatori nel mondo per le sue caratteristiche di sostenibilità. Un tema fondamentale da affrontare, specie in un contesto attuale come la Giornata mondiale per il suolo (5 dicembre), voluta fortemente dalle Nazioni Unite per sensibilizzare sul tema dello sfruttamento del terreno coltivabile. Infatti la coltivazione verticale non sfrutta alcun terreno, permettendo di coltivare piante e ortaggi fuori dal suolo in un ambiente chiuso e controllato (talvolta addirittura in grattacieli e aree urbane) con impianti che garantiscono le condizioni ideali per la crescita. Un esempio importante in questo senso è Sky Greens, il primo impianto commerciale di agricoltura verticale del mondo, già in funzione dal 2012 a Singapore: torri in alluminio stipate di piantine di insalata offrono mezza tonnellata di raccolto al giorno. Una produzione a chilometro zero, che viene immediatamente confezionata e venduta nei punti vendita locali.

             

            Un altro caso celebre è quello dell’impianto di Green Sense Farms di Portage, Indiana (USA), in funzione dal 2014. L’Economist lo ha descritto come un anonimo capannone industriale che in realtà nasconde un ambiente di altissima tecnologia dove piante di lattuga, kale, basilico ed erba cipollina vengono alimentate e monitorate quasi ininterrottamente, 365 giorni all’anno, in un ambiente incontaminato da pesticidi e illuminato da migliaia di LED. Oggi Green Sense Farm mira a espandersi, creando un network globale di vertical farm all’insegna del prodotto fresco, tracciabile e sicuro.

             

            Uno scorcio interno della Sky Greens di Hong Kong.

            Uno scorcio interno della Sky Greens di Singapore

            Sempre come osservato dal NIKKEI Asian Review, a Hong Kong il fenomeno è presente dal 2013, anno di fondazione del primo impianto verticale da parte dell’operatore del mercato ortofrutticolo all’ingrosso Vegetable Marketing Organization supportato dal governo. Nello specifico, si tratta di un’area di circa 230 mq al secondo piano di un palazzo, attrezzata dalla Mitsubishi Chemical per mantenere la temperatura dell’ambiente a livelli ottimali, garantire un trattamento di riciclo dell’acqua e un’illuminazione LED per riprodurre il ciclo della fotosintesi clorofilliana. Tra gli ortaggi coltivati, rucola e cavolo cinese, con una frequenza di raccolto di 21 giorni, mentre viene assicurato un raccolto giornaliero di insalata (subito confezionata e spedita) di 15 kg al giorno. Ma in tre anni le piantine non sono state le uniche a crescere. Dal 2013 a oggi sarebbero già una ventina le società entrate nel mercato locale e si stima che la produzione annuale data da coltivazione verticale possa raggiungere presto le 750 tonnellate. Il tutto spinto da una classe media sempre più consapevole ed esigente in fatto di sicurezza del cibo. E disponibile a spendere di più.

             

            In Italia, invece? In molti ricorderanno la prima Vertical farm italiana inaugurata all’EXPO di Milano 2015 e realizzata da ENEA con il contributo di un pool di aziende specializzate del settore. Una vera e propria serra verticale con piante di lattuga e basilico coltivate in acqua con soluzioni nutritive e illuminazione a LED. Una soluzione possibile da adottare anche grazie all’architettura in contesti urbani, data la sua struttura verticale e flessibile.

             

            La Vertical farm di Enea a Expo 2015.

            La vertical farm di Enea a Expo 2015

             

            In definitiva, i vantaggi di questo tipo di coltivazione sono molti: indipendente da qualsiasi clima e stagione, senza pesticidi e al riparo da inquinamento, efficiente grazie ai sensori che provvedono a fornire in tempo reale gli elementi nutrienti di cui la singola pianta necessita, consentendo un notevole risparmio di acqua e suolo. Va poi osservato come la produzione di una coltivazione verticale come quella presentata all’EXPO sia praticamente doppia rispetto alle colture tradizionali. Per l’insalata in serra verticale, infatti, si passa da 6 a 14 cicli di raccolta all’anno con un risparmio del 95% di acqua. Un esempio importante per il nostro Paese, dove questa tecnologia sta muovendo i primi passi.

             

            Con una crescente popolazione mondiale sempre più concentrata nei centri urbani e un contesto climatico in cui diventerà sempre più un imperativo portare avanti coltivazioni in modo sostenibile, la tipologia indoor e verticale può forse essere una soluzione possibile.

             

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