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            Lotta alla plastica, ricercatori Uk: “Biodegradabile può inquinare”

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            È opinione piuttosto diffusa che i prodotti in plastica biodegradabile – come i sacchetti per la spesa, o alcune tipologie di imballaggi – siano innocui per l’ambiente e compostabili per definizione. Non tutti però sanno che per smaltire la maggior parte dei materiali etichettati come “biodegradabili” sono invece necessari procedimenti e impianti specifici. Dopo uno studio dell’Università di Plymouth che ha dimostrato come alcuni sacchetti considerati biodegradabili siano rimasti quasi intatti dopo essere stati sotto terra per tre anni, una ricerca della UCL (University College London) chiede più chiarezza alle aziende produttrici, poiché c’è ancora molta disinformazione sul tema. “La gente – afferma Prof. Mark Miodownik, esperto di materiali della UCL – deve sapere che quando un prodotto viene etichettato come biodegradabile, questo non sparirà nel nulla appena gettato, e potrebbe non fare affatto bene all’ambiente”

             

            di Massimiliano Lollis

             

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            Una borsa biodegradabile dopo essere rimasta sotto terra per 3 anni (Foto: University of Plymouth)

            Definire “biodegradabile” il packaging in plastica che accompagna molti dei prodotti che troviamo sullo scaffale dei supermercati – spesso presentati ai consumatori come “eco-friendly” – sarebbe fuorviante, perché la maggior parte di questi non si degrada facilmente nell’ambiente, finendo per inquinare quanto la plastica normale. A dirlo sono i ricercatori della UCL (University College London), che mettono in guardia dalla facile equazione “plastica biodegradabile uguale non inquina”.

             

            Come ripreso in questi giorni da diverse testate Uk, i ricercatori londinesi chiedono alle aziende produttrici di packaging e di altri prodotti in plastica – come sacchetti, pannolini o posate usa e getta – di fare chiarezza nei messaggi che vengono lanciati ai consumatori, poiché non tutti sanno che per essere smaltiti e riciclati i prodotti che vengono definiti “biodegradabili” spesso devono attraversare un lungo processo di smaltimento all’interno di impianti specializzati. Lasciare una vaschetta biodegradabile in un semplice compost casalingo, per esempio, non otterrà il risultato sperato, e pare che anche per i materiali compostabili veri e propri le cose non vadano molto meglio.

             

            Come osserva il Telegraph, l’appello dei ricercatori UCL segue a distanza di alcune settimane quello dell’Università di Plymouth. Effettivamente, lo studio – diffuso a fine aprile 2019 – aveva evidenziato come borse in plastica biodegradabile – quelle che possiamo trovare in qualsiasi supermercato – fossero ancora decisamente integre dopo essere state sepolte sotto terra o immerse in acqua marina per ben tre anni, talmente integre da poter reggere il peso di una spesa. Discorso diverso – ma fino ad un certo punto – per le borse compostabili: se quelle sottoposte all’acqua marina si sono completamente decomposte nel corso di tre mesi, lo stesso non si può dire per quelle lasciate sotto terra, ancora parzialmente integre dopo 27 mesi.

             

            Puntuale era arrivata la nota dei rappresentanti di categoria delle bioplastiche europee, la European Bioplastics: “I cinque sacchetti scelti dallo studio – si legge su un sito specializzato – comprendevano due sacchetti oxo-degradabili, un sacchetto di polietilene fossile non biodegradabile, un sacchetto commercializzato come biodegradabile (ma non provato in quanto tale), e un solo prodotto certificato compostabile secondo la normativa europea 13432. Contrariamente a quanto affermato da alcuni titoli di giornale, lo studio conferma che solo le borse biodegradabili e compostabili certificate hanno un impatto ambientale ridotto”. 

             

            Concetto ribadito anche da François de Bie, presidente dell’associazione: “Posto che è naturale che nessun sacchetto di plastica dovrebbe finire nell’ambiente, almeno ora si è dimostrato che per i sacchetti di plastica certificati come compostabili non ci vogliono decenni per degradarsi, a differenza di quelli convenzionali”. Secondo l’associazione, ciò che invece sottolinea lo studio è l’importanza di una corretta etichettatura e certificazione: “Rafforza ciò che la Commissione Europea ha già fatto con la direttiva sulle materie plastiche monouso, dove le plastiche ossidegradabili sono state ampiamente studiate e di conseguenza vietate”.

             

            Per smaltire le plastiche biodegradabili ci sono impianti industriali dedicati, dove i materiali sono sottoposti ad una temperatura di 60 gradi centigradi ed un certo livello di umidità per permettere ai microorganismi di “scomporre” il prodotto. Come ha evidenziato la ricerca londinese, in Regno Unito i circa 170 impianti in grado di riciclare plastica biodegradabile non sarebbero sufficienti e, in mancanza di una strategia e di procedimenti precisi per trattare le bioplastiche, molti di questi rifiuti finiscono inevitabilmente nelle discariche generiche.

             

            “La gente – afferma Prof. Mark Miodownik, esperto di materiali della UCL – deve sapere che quando un prodotto viene etichettato come biodegradabile, questo non sparirà nel nulla appena gettato, e potrebbe non fare affatto bene all’ambiente. Anche in un compost domestico e dopo molti anni – spiega – questi prodotti possono non decomporsi, poiché mancano le condizioni necessarie. Molta gente li getta nel cestino, dove non si possono distinguere dalla plastica normale, e così finiscono nell’inceneritore, o nella discarica. Oppure nei rifiuti organici, il che di per sé è perfino peggio, perché questi materiali non devono essere trattati nello stesso modo, e possono contaminare l’intero processo. Al momento – conclude – la maggior parte dei prodotti biodegradabili o compostabili finiscono in discarica, il che ci spinge a chiederci quale sia il reale vantaggio di tutto ciò”.

             

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