Morte di Satnam Singh, condannato a 16 anni il datore di lavoro
La Corte d’Assise di Latina ha condannato a 16 anni Antonello Lovato per la morte del bracciante indiano Satnam Singh, abbandonato davanti a casa dopo un grave incidente sul lavoro. La sentenza chiude il primo grado di un caso simbolo di sfruttamento, lavoro nero e mancato soccorso nelle campagne pontine
Dalla Redazione
A due anni dalla morte di Satnam Singh, il bracciante indiano deceduto dopo un grave incidente sul lavoro nelle campagne pontine, è arrivata la sentenza della Corte d’Assise del Tribunale di Latina. L’imprenditore agricolo Antonello Lovato è stato condannato a 16 anni di reclusione per omicidio volontario con dolo eventuale, con il riconoscimento delle attenuanti generiche. Si chiude così uno dei casi che, negli ultimi anni, più hanno scosso l’opinione pubblica sul tema della sicurezza sul lavoro e dello sfruttamento dei lavoratori agricoli.
La sentenza della Corte
La Corte d’Assise ha riconosciuto Antonello Lovato colpevole di omicidio volontario con dolo eventuale. Una qualificazione giuridica che, come ricorda Il Post, indica che l’imputato non aveva come obiettivo diretto quello di uccidere Satnam Singh, ma ha comunque accettato il rischio che il proprio comportamento potesse provocarne la morte.
La Procura di Latina aveva chiesto una condanna a 22 anni di carcere, sostenendo che il lavoratore avrebbe avuto concrete possibilità di sopravvivere se fosse stato soccorso immediatamente. I giudici hanno invece inflitto una pena di 16 anni, riconoscendo le attenuanti generiche. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 90 giorni.
Oltre alla pena detentiva, il tribunale ha disposto l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, l’interdizione legale durante l’esecuzione della pena e il risarcimento dei danni alle parti civili, con provvisionali immediatamente esecutive fino a 120 mila euro.
L’incidente e il mancato soccorso
I fatti risalgono al 19 giugno 2024. Satnam Singh, 31 anni, lavorava in nero nell’azienda agricola Agrilovato di Borgo Santa Maria, in provincia di Latina. Quel giorno era impegnato nella preparazione delle serre per la coltivazione dei meloni quando rimase incastrato in un macchinario avvolgi-plastica trainato da un trattore, che gli tranciò un braccio e gli provocò gravi fratture alle gambe.
Secondo la ricostruzione riportata da Il Post, invece di allertare immediatamente il 118, Lovato caricò il bracciante su un furgone, sistemò il braccio amputato in una cassetta per la frutta e lo trasportò davanti all’abitazione dove viveva insieme alla compagna Soni, abbandonandolo lì.
Un collega contattò la sindacalista Laura Hardeep Kaur, che arrivò sul posto e chiamò i soccorsi. Quando l’ambulanza intervenne era ormai trascorsa circa un’ora e mezza dall’incidente e Singh aveva già perso una quantità enorme di sangue. Trasferito in elicottero all’ospedale San Camillo di Roma, morì due giorni dopo.
Le diverse versioni emerse durante il processo
Nel corso del processo sono emerse ricostruzioni contrastanti. Lovato ha sostenuto di essere stato preso dal panico e di aver assecondato la richiesta della compagna di Singh, che avrebbe chiesto di riportarlo a casa. La difesa ha inoltre affermato che l’imprenditore chiamò comunque i soccorsi, seppure solo dopo essersi allontanato dall’abitazione del lavoratore, e che si presentò spontaneamente in questura.
Diversa la versione fornita dalla compagna della vittima, Soni, che durante l’incidente probatorio ha raccontato ai magistrati che il datore di lavoro le avrebbe impedito di chiamare immediatamente i soccorsi. La difesa ha cercato di contestare questa ricostruzione attraverso la testimonianza di una dipendente regolarmente assunta dell’azienda, secondo la quale Singh avrebbe utilizzato il macchinario di propria iniziativa, nonostante le indicazioni del datore di lavoro, e sarebbe stata la stessa Soni a chiedere con insistenza di essere riaccompagnata a casa.
Un caso simbolo di sfruttamento del lavoro agricolo
La vicenda di Satnam Singh ha acceso i riflettori anche sulle condizioni di impiego dei lavoratori agricoli nell’Agro Pontino. Durante il processo alcuni braccianti hanno raccontato di aver visto il furgone lasciare l’azienda con Singh gravemente ferito mentre la compagna piangeva disperata. Un altro lavoratore ha riferito che Lovato gli avrebbe detto: “È morto, aiutami, dove lo butto?”, ricevendo come risposta l’invito a chiamare immediatamente un’ambulanza perché il bracciante poteva essere ancora vivo.
Un ispettore dei carabinieri ha inoltre confermato in aula che Satnam Singh non risultava assunto regolarmente e non aveva un permesso di soggiorno. Il giorno dell’incidente, secondo quanto emerso dalle indagini, soltanto due lavoratori dell’azienda erano regolarmente dichiarati.
Su questi aspetti è in corso un procedimento penale parallelo: Antonello Lovato e il padre Renzo, amministratore di fatto dell’azienda, sono imputati per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro pluriaggravato. Secondo la Procura, i braccianti venivano impiegati in nero e retribuiti circa 5,50 euro all’ora.
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