Per la nocciola è crisi produttiva mondiale: quotazioni alle stelle, trema l’industria dolciaria
L’imperversare del cambiamento climatico minaccia la stessa sopravvivenza del settore corilicolo nei principali Paesi produttori di nocciole: Turchia e Italia. Mentre le quotazioni sui mercati schizzano verso livelli mai visti prima d’ora, l’industria della trasformazione alimentare si sta già dando da fare alla ricerca di valide alternative. Un esempio? Mandorle, pistacchi e, addirittura, il mango
di Maddalena De Franchis
È il prodotto principe della frutta in guscio, ingrediente indispensabile per numerose creazioni dell’industria dolciaria “made in Italy”: dalle creme spalmabili ai gelati, fino alle arcinote praline di cioccolato predilette dagli innamorati, la nocciola è ovunque. Eppure, i maggiori player dell’industria della trasformazione alimentare stanno già ragionando sulle possibili alternative: il motivo è da ricercare nelle gravi perdite produttive che interessano, già da qualche anno, i principali Paesi produttori – la Turchia in primis, seguita proprio dall’Italia. Dopo quattro annate deludenti, infatti, anche la campagna 2025/2026 si prevede assai poco propizia: colpa del cambiamento climatico e degli eventi atmosferici estremi che hanno colpito le aree produttrici specialmente nella fase cruciale, quella della fioritura primaverile. Ne abbiamo parlato con Simona Lamorte, senior analyst di Aretè. The Agri-food Intelligence Company, società indipendente di analisi e previsioni sui mercati delle commodities dell’agroalimentare.
Qui Turchia: -25% rispetto alla campagna 2024/2025 e incertezza sulla qualità del prodotto
“Il mercato delle nocciole – esordisce l’analista – sta vivendo una fase di volatilità rialzista senza precedenti. Il prezzo della sgusciata turca 11/13 (nocciola sgusciata e calibrata con una dimensione tra 11 e 13 millimetri, ndr), consegnata in Europa, ha appena toccato un nuovo record, portandosi a oltre 18.000 dollari/tonnellata e segnando un rincaro pari a +25% da inizio settembre. Rispetto allo stesso periodo della scorsa campagna, parliamo di un incremento delle quotazioni pari a +135%. La corsa dei prezzi è legata al continuo ridimensionamento delle stime produttive in Turchia per la campagna 2025/2026 e alla previsione di scarsa qualità del nuovo prodotto. La produzione di nocciole turche nella campagna in corso è prevista, infatti, in calo di oltre il 25% rispetto al raccolto dello scorso anno e c’è forte incertezza sulla qualità e disponibilità di calibri medio-grandi. Sulla scia della minor offerta attesa, i prezzi registrano un aumento marcato: basti pensare che, solo da aprile 2025 (un mese segnato dall’arrivo delle gelate in Turchia durante la fase di fioritura) a settembre 2025, il rincaro è pari a +108%”.
La ricerca di origini alternative
A dare ulteriore sprint alla corsa dei prezzi contribuiscono, inoltre, i fenomeni cosiddetti di “ritenzione dell’offerta” da parte dei produttori, impegnati ora ad accumulare scorte in attesa di ulteriori incrementi di prezzo. La ritenzione dell’offerta può essere assimilata a una pratica speculativa ed è più frequente, naturalmente, in mercati concentrati qual è quello delle nocciole, comparto nel quale “la Turchia – chiarisce Lamorte – svolge un ruolo preponderante, detenendo circa il 65% della produzione e il 75% dell’export mondiale di nocciole“. La crescita dei prezzi osservata, in particolare, nelle ultime tre campagne alimenta l’interesse verso origini alternative delle nocciole. Stati Uniti e Cile stanno investendo da tempo nell’espansione delle superfici coltivate; tuttavia, il loro potenziale produttivo – e dunque la capacità di esportazione – rimane ancora marginale (Stati Uniti 7%, Cile 5%), incapace di eguagliare, nel breve termine, i livelli quantitativi e qualitativi finora garantiti dalla Turchia. La difficoltà di trovare alternative valide all’offerta turca è ulteriormente esacerbata dalle criticità registrate in Italia, secondo produttore mondiale di nocciola.
La nocciola italiana è in crisi
Anche il raccolto italiano si è rivelato assai inferiore rispetto alle aspettative iniziali, con i produttori che segnalano perdite di oltre il 30% rispetto al potenziale medio (ma una recente nota di Cia-Agricoltori italiani parla di una diminuzione delle rese del 60%, con punte dell’80% nell’Astigiano). Sulla scia della minor disponibilità di offerta interna e di un contesto internazionale già contrassegnato da una spiccata volatilità, “le quotazioni italiane in apertura di campagna hanno evidenziato aumenti di oltre il 50% rispetto ai prezzi di apertura del 2024”, spiega l’esperta di Areté.
Nel nostro Paese si contano circa 95mila ettari di terreni a noccioleti, presenti nel Lazio, in Campania, in Calabria e Sicilia, ma concentrati soprattutto in Piemonte. Il crollo produttivo è causato, ancora una volta, dall’andamento climatico anomalo in tutto il territorio nazionale: l’inverno mite, la carenza di ore di freddo e l’eccesso di umidità, uniti alle gelate tardive primaverili e alle ondate di calore estive, hanno favorito, da un lato, il proliferare della cimice e di altre patologie fungine e, dall’altro, la cascola precoce.
“Per la quinta campagna consecutiva – osserva infine Simona Lamorte – assistiamo a un raccolto italiano limitato, che ha come diretta conseguenza l’aumento dei prezzi. Solo per fare un esempio, il prezzo della nocciola Igp di Cuneo in guscio, all’apertura dell’attuale campagna 2025/2026, ha raggiunto i massimi pluriennali, attestandosi a quota +34% rispetto al prezzo di apertura 2024/25. Occorre ricordare, però, che quest’ultimo era già stato superiore di oltre il 50% rispetto a quello registrato all’apertura della precedente campagna 2023/24”.
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