Tumori, i cibi ultraprocessati aumentano il rischio di mortalità: lo studio Airc
Uno studio dell’Irccs Neuromed finanziato dalla Fondazione Airc per la Ricerca sul Cancro collega l’elevato consumo di cibi ultraprocessati a un aumento della mortalità nelle persone con diagnosi di tumore. Tra i possibili meccanismi coinvolti l’alterazione del microbiota intestinale. Ma cosa sono esattamente i cibi ultralavorati? Non solo i junk food…
di Carlotta Benini
Negli ultimi anni l’attenzione alla salute e alla sostenibilità di ciò che mettiamo nel piatto è cresciuta in modo evidente. I claim salutistici sono diventati un driver d’acquisto sempre più forte, ma non sempre raccontano tutta la storia. Alcuni prodotti pensati per diete speciali, ad esempio, possono essere percepiti come “più sani”, quando al contrario presentano liste ingredienti molto lunghe, oppure sono ottenuti attraverso processi industriali che trasformano e riassemblano componenti di base degli alimenti. Sono a tutti gli effetti da considerarsi cibi ultra-processati, laddove con questo termine si intendono quei prodotti alimentari che contengono numerosi ingredienti aggiunti (per esempio sale, zucchero, coloranti, additivi, correttori di sapidità) oppure sono prodotti dall’elaborazione di sostanze (grassi, amidi eccetera) estratte da alimenti più semplici.
“Rientrano nella categoria dei cibi ultraprocessati molti piatti pronti e surgelati, le bevande zuccherate, i prodotti in vendita nei ‘fast-food’ e molti snack confezionati (dolci o salati). In alcuni casi sono ultraprocessati anche alimenti erroneamente considerati salutari, come i cereali per la colazione, gli yogurt dolci alla frutta o i cracker”, si legge sul sito della Fondazione Airc per la Ricerca sul Cancro. Ma non solo, aggiungiamo noi: anche molti prodotti plant based, oppure privi di glutine, hanno liste di ingredienti lunghissime.
Ebbene, oggi sui cibi ultraprocessati si accende un campanello d’allarme, ed è proprio quello dell’Airc, che ha finanziato uno studio dell’Unità di Epidemiologia e Prevenzione dell’Irccs Neuromed di Pozzilli, secondo cui un elevato consumo di questi alimenti è associato a un aumento della mortalità nelle persone che hanno già ricevuto una diagnosi di tumore, come riporta AdnKronos.
Lo studio Neuromed finanziato da Airc
La ricerca evidenzia che “tra le persone che hanno già ricevuto una diagnosi di tumore e consumano quantità elevate di alimenti ultra-processati vi è un aumento della mortalità”, sia specifica per malattia oncologica sia per tutte le cause, rispetto a chi, nella stessa condizione di salute, segue un’alimentazione più salutare.
“Ciò che le persone mangiano dopo una diagnosi di cancro può influenzare la sopravvivenza – afferma Marialaura Bonaccio, autrice principale dell’articolo – ma la maggior parte delle ricerche condotte su questa popolazione si è concentrata solo sui nutrienti e non sul grado di trasformazione degli alimenti”.
Perché la trasformazione conta
Secondo i ricercatori, le sostanze utilizzate nei processi industriali possono interferire con i meccanismi metabolici, alterare il microbiota intestinale e favorire l’infiammazione. Anche quando un alimento ultra-processato presenta un contenuto calorico e una composizione nutrizionale simili, almeno sulla carta, a quelli di un alimento poco trasformato, può comunque avere effetti più dannosi sull’organismo.

Parlando di cibi ultraprocessati si è solitamente portati a pensare ai cosiddetti junk food, ma la categoria è molto più ampia
Il progetto Moli-sani e i risultati
Lo studio si inserisce nel progetto Moli-sani, che ha seguito 24.325 persone di età pari o superiore a 35 anni residenti in Molise tra il 2005 e il 2022, come riporta AdnKronos. All’interno di questa popolazione sono stati individuati 802 partecipanti che al momento dell’ingresso avevano già ricevuto una diagnosi di tumore e per i quali erano disponibili informazioni dettagliate sulla dieta.
Per classificare gli alimenti è stato utilizzato il sistema Nova, che assegna ciascun cibo a uno di quattro gruppi in base al livello e allo scopo della lavorazione industriale. Dopo quasi 15 anni di follow-up, è emerso che chi consumava in misura maggiore alimenti ultra-processati presentava un rischio relativo di mortalità per tutte le cause superiore del 48% e un rischio relativo di mortalità per cancro superiore del 59% rispetto a chi ne limitava l’assunzione.
L’associazione indipendente dalla dieta mediterranea
Uno dei dati ritenuti più rilevanti è che l’associazione tra consumo di ultra-processati e mortalità persiste anche dopo aver tenuto conto della qualità complessiva della dieta, misurata come aderenza alla dieta mediterranea. Per esplorare i potenziali meccanismi biologici coinvolti, i ricercatori hanno analizzato biomarcatori infiammatori, metabolici e cardiovascolari. Tra i fattori risultati più rilevanti figurano gli indici di infiammazione e la frequenza cardiaca a riposo. “Questi risultati – è il commento riportato da AdnKronos di Licia Iacoviello, responsabile dell’Unità di Epidemiologia e Prevenzione del Neuromed – suggeriscono che l’aumento dell’infiammazione e della frequenza cardiaca a riposo possano spiegare in parte il legame tra un maggiore consumo di alimenti ultra-processati e l’aumento della mortalità”.
Cibi ultraprocessati: non sono solo i junk food
Come riconoscere dunque i cibi ultraprocessati e iniziare ad avere un stile alimentare più consapevole? “Riconoscere tali alimenti non è sempre facile – sèiega sempre l’Airc -, ma leggere l’etichetta riportata sulla confezione può essere di grande aiuto: se un cibo non è stato processato, l’unico ingrediente è in genere l’alimento stesso (per esempio: carota o mela). Se invece la lista degli ingredienti si allunga, aumenta anche la probabilità che tale alimento sia stato lavorato o ultralavorato”.
Quanto allo studio, “Il messaggio principale per il pubblico – riassume Iacoviello su AdnKronos – è che il consumo complessivo di alimenti ultra-processati è molto più rilevante del singolo alimento. Concentrarsi sull’insieme della dieta, riducendo complessivamente gli alimenti ultra-processati e orientando i consumi verso cibi freschi, poco trasformati e preparati in casa, rappresenta l’approccio più significativo e vantaggioso per la salute. Un’indicazione pratica può venire dalla lettura delle etichette: alimenti con più di 5 ingredienti, o anche con un solo additivo alimentare, sono probabilmente ultraprocessati“.
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