Orsero sugli italiani e i nuovi trend di consumo di ortofrutta: strategie e sfide
Raffaella Orsero, vice presidente e Ceo del Gruppo Orsero, e Matteo Colombini, Co-Ceo e CFO dell’azienda leader nell’Europa mediterranea per l’importazione e la distribuzione di prodotti ortofrutticoli freschi, all’evento “Dare buoni frutti” organizzato dal Corriere della Sera hanno parlato delle nuove abitudini di consumo degli italiani e dei driver che guidano gli acquisti di ortofrutta. Ecco perché oggi si consumano meno pere, l’avocado e lo zenzero sono entrati nelle abitudini di consumo, e un italiano su due mette nel carrello i cosiddetti “nuovi frutti”, come il kiwi giallo o le angurie e le uve senza semi
di Carlotta Benini
Si è parlato degli italiani e delle nuove abitudini di consumo in ortofrutta all’evento “Dare buoni frutti” che si è tenuto oggi in streaming, organizzato dal Corriere della Sera in partnership con il Gruppo Orsero. Un workshop per fare una fotografia dei nuovi trend e dei driver che guidano le scelte di acquisto, in un contesto in cui i consumi di frutta e verdura sono in crollo, fra inflazione, cambiamenti climatici e nuove sfide che si pongono dinnanzi al settore. Per l’occasione è stata presentata un’analisi svolta da Ispos in collaborazione con il Corriere della Sera su un campione di oltre mille consumatori fra i 18 e i 65 anni per capire le abitudini alimentari, i canali di acquisto, ma anche le modalità di acquisto: analisi da cui emergono due parole chiave, innovazione e qualità.
“La qualità è la nostra leva strategica, quindi vedere che il consumatore la privilegia, in tutte le sue forme, dal gusto alle proprietà nutrizionali, ci conforta nel lavoro che stiamo facendo”, esordisce Raffaella Orsero, vice presidente e Ceo del Gruppo Orsero, chiamata ad aprire i lavori della tavola rotonda che ha seguito la presentazione dell’analisi a cura di Ilaria Ugenti, corporate reputation leader di Ipsos. “Poi, va detto, non sempre questo si traduce in una capacità di scelta – continua -. Da addetta ai lavori, infatti, la percezione è quella che il consumatore ricerchi sì la qualità, ma a volte non sappia bene come trovarla e in cosa consista”. Questo, spiega, si evince quando si vuole la qualità ma si ricerca il primo prezzo, oppure quando si predilige la stagionalità, avendo poi di fatto comportamenti di acquisto incoerenti.
La stagionalità è un falso mito
È un dato di fatto che, con i cambiamenti climatici in atto, la modifica dei calendari di raccolta e lo spostamento delle zone produttive, anche all’estero, la stagionalità oggi sia un concetto un po’ superato. “È un po’ un falso mito – prosegue Raffaella Orsero -. Il consumatore oggi viaggia di più, scopre nei luoghi esotici frutti buonissimi che poi vorrebbe avere anche nel supermercato sotto casa. La stessa ricerca presentata oggi ci dice che, se trova la frutta che gli piace tutto l’anno, il consumatore la compra. La facilità di consumo e il gusto sono altri due aspetti determinanti, come ci mostra la ricerca. Per fare un esempio, oggi in Italia si consumano meno pere, frutto difficile da magiare fuori casa, ma più kiwi gialli, dal gusto più amabile, capaci di andare incontro ai nuovi trend. Frutti che fino a poco tempo fa non erano nelle nostre abitudini alimentari come l’avocado o lo zenzero oggi sono popolari, complici i nuovi trend della cucina esotica, ma anche una sempre maggiore attenzione al salutismo”. Anche in questo caso quella stagionalità dichiarata fra i primi driver di acquisto parrebbe dunque essere un concetto poco coerente.
La frutta non deve costare nulla? “Sfatiamo questo concetto”
Raffaella Orsero è quindi intervenuta anche sulla dibattuta questione dei prezzi: “un tema complesso, da addetti ai lavori e non da consumatori”, puntualizza. Il consumatore oggi ricerca in primis la qualità, ma vuole anche la convenienza: già da ciò si capisce come, a volte, ci sia un po’ di confusione in materia. “Va sfatato il concetto che la frutta non debba costare nulla – puntualizza la Ceo del Gruppo Orsero -. L’agricoltura fatta bene, che non ha residui di fitofarmaci, che è sostenibile, necessità di tanta ricerca e tanto lavoro e quindi non può costare poco. Poi è chiaro che, non essendo un’industria, non si può governare la quantità che le piante producono: che il prezzo quindi sia legato all’offerta, è una legge universale di mercato”.
Poi c’è l’innovazione, un tema “molto sentito” dal settore. “Oggi c’è tanta ricerca e tanta innovazione – dice Raffaella Orsero -, perché i frutti abbiano una qualità intrinseca migliore e meglio percepita, pensiamo appunto al kiwi giallo, o alla mini anguria e all’uva senza semi (indicati dalla ricerca di Ipsos come i “nuovi frutti”, ampiamente noti agli italiani, nel carrello di un consumatore su due, ndr): prodotti che vanno nella direzione di facilitare e incentivare il consumo, facendo leva anche sulla convenience”.
Frutta vs brioche
La frutta fresh cut? “Cresce, ma a rilento – rivela in conclusione del suo intervento la Ceo del Gruppo Orsero -. È un tema anche di abitudini, prendiamo ad esempio la colazione: una macedonia è più salutare di una brioche. Eppure i consumi di ortofrutta sono in calo, perché non è mai il momento di mangiare frutta e verdura”. “Dobbiamo far passare maggiormente il concetto che la frutta non solo fa bene – conclude a commento di questa piccola provocazione -, ma sostiene anche un comparto, quello dell’agribusiness, che nel nostro paese è importantissimo, e che in Paesi in via di sviluppo come l’Africa può essere un’opportunità reale di crescita e di riscatto economico”.
“Non esiste innovazione senza leader di categoria”
Con Matteo Colombini, Co-Ceo e CFO del Gruppo Orsero, si è parlato innanzitutto della crisi dei consumi, specie in Gdo, con trend negativi mai visti dal dopoguerra ad oggi. La risposta a tutto ciò, secondo Colombini, non può che essere l’esperienza di gusto. “Ci sono tante categorie merceologiche che non hanno subito la flessione dei consumi che sta vivendo l’ortofrutta – esordisce -. Non esiste innovazione senza leader di categoria. L’ortofrutta ha leader poco conosciuti, che lavorano sia in termini di innovazione varietale che di qualità. È importante che queste marche leader comunichino di più e meglio, per nobilitare l’immagine della categoria frutta”.
Quindi il focus è passato al concetto di filiera e alla sua importanza per il futuro del comparto. “Posizionarci come produttori agricoli in tutto il mondo sarebbe impossibile – dichiara Colombini parlando delle strategie del Gruppo Orsero -, per questo da diversi anni abbiamo deciso che il nostro focus debba essere quello di fare arrivare il prodotto giusto, al momento giusto, e speriamo anche al giusto prezzo. Per fare ciò un controllo di filiera è fondamentale: questo significa scegliere il giusto partner, conoscere le sue modalità di lavoro, saper gestire le finestre di mercato, avere il controllo della catena del freddo, gestire la maturazione, che sempre più spingiamo nei nostri centri, non solo per le banane, anche per avocado, mango, kiwi, con metodologie naturali”.
A proposito di filiera, Colombini ha quindi citato un caso in cui Orsero si è “integrato con la produzione”, o meglio, “con la ricerca varietale”, facendo quindi riferimento alla recente partnership strategica annunciata con Cerchia Holding per rafforzarsi nei frutti di bosco.
Infine Isidoro Trovato, giornalista del Corriere della Sera che ha moderato l’evento, ha chiesto a Colombini come vede l’Italia, che tipo di produttore è e cosa può diventare? La risposta è che ci sono le potenzialità, ma forse poca volontà. “L’Italia – dice il Co-Ceo e CFO del Gruppo Orsero – avrebbe le estensioni, le competenze, ma gli ettaraggi sono molto parcellizzati, non ci sono aziende, al netto di alcuni esempi come i mondi cooperativistici, capaci di portare avanti l’innovazione tecnologica anche in ottica di resilienza”. “Quello che è la valorizzazione del prodotto francese in Francia o lo sviluppo di produzioni efficaci ed efficienti in Spagna noi non ce lo abbiamo”, dice. “Anni fa insieme a Raffaella ho girato in lungo e in largo per la Sicilia alla ricerca di un partner per l’esotico made in Italy, ma è stato difficile trovare, nelle conversazioni con le persone, la voglia di fare sistema e andare oltre il campanilismo locale”, conclude Colombini.
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