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                      Rider sfruttati: dopo Glovo, anche Deliveroo commissariata per caporalato

                      Continua a mietere vittime eccellenti l’inchiesta avviata dalla procura di Milano e coordinata dalla direzione distrettuale Antimafia con l’obiettivo di verificare modelli organizzativi e condizioni retributive delle piattaforme di consegna: a poche settimane dal commissariamento di Glovo, è ora il turno di Deliveroo Italia. Sotto accusa c’è sempre il funzionamento della piattaforma digitale che, di fatto, controlla i rider, limitandone la libertà e rendendo la loro autonomia solo apparente. Ma esistono anche alternative sostenibili e virtuose: le ha mappate l’università di Bologna con il progetto di ricerca Bumolds

                      di Maddalena De Franchis

                      Deliveroo
                      Nelle carte della procura di Milano – che ha ordinato il commissariamento del ramo italiano di Deliveroo (20 mila rider in tutto il Paese, di cui 3 mila solo nel capoluogo lombardo) – emerge un vero e proprio decalogo del lavoro sfruttato e sottopagato ai tempi della cosiddetta ‘gig economy’. Un elenco in dieci punti che spiega, meglio di qualsiasi manuale, come si articola la giornata-tipo di un rider, tra il monitoraggio soffocante dell’algoritmo e orari massacranti, per paghe da fame. Ufficialmente, il rider è un lavoratore autonomo, con Partita iva e senza vincoli di subordinazione; in pratica, è un dipendente in condizioni di semi-schiavitù, privato dell’accesso a tutele fondamentali come la malattia, gli infortuni sul lavoro, i turni di riposo. Più consegni, più guadagni: se, però, ogni consegna viene remunerata mediamente 3 euro, occorrerà consegnare (e pedalare) davvero tanto per poter raggranellare uno stipendio dignitoso.

                      Glovo finita per prima nel mirino dei pm

                      Si sta estendendo a macchia d’olio, quindi, l’indagine sul presunto caporalato nel settore delle consegne a domicilio: a distanza di cinque anni da quando il pubblico ministero Paolo Storari aveva commissariato la filiale italiana di Uber Eats per sfruttamento dei rider e caporalato digitale, nelle scorse settimane è stato il turno di Glovo. Con un decreto firmato dallo stesso pm Storari il 5 febbraio, infatti, la società che gestisce le attività di Glovo nel nostro Paese, Foodinho srl, è stata messa sotto controllo giudiziario. Un provvedimento drastico che, di fatto, ha affiancato al vertice aziendale Pierre Miquel Oscar il commercialista Adriano Romanò, con il compito di risanare un sistema di gestione del lavoro ritenuto illecito. Miquel Oscar è attualmente indagato per caporalato.

                      Commissariato anche il ramo italiano di Deliveroo

                      Dopo Glovo è toccato a Deliveroo Italia: due giorni fa la procura di Milano, su delega del pm Storari, ha disposto il controllo giudiziario per il servizio di food delivery. Il provvedimento, eseguito il 25 febbraio dai carabinieri del nucleo ispettorato del lavoro, dispone la nomina di un amministratore giudiziario con funzioni di vigilanza sul modello organizzativo e le condizioni retributive dell’azienda. Deliveroo Italy srl – che vanta un giro di affari da 240 milioni di euro – e il suo amministratore unico, Andrea Giuseppe Zocchi, risultano ora indagati. “Deliveroo sta esaminando la documentazione ricevuta dalle autorità e la società sta collaborando alle indagini”, è stato l’unico commento rilasciato finora dalla multinazionale.

                      Le accuse

                      Secondo gli inquirenti, i rider ingaggiati da Deliveroo avrebbero ricevuto paghe inferiori fino al 90% rispetto ai minimi della contrattazione collettiva. Le verifiche ispettive indicano una retribuzione non proporzionale a quantità e qualità del lavoro svolto e incapaci di garantire, come previsto dall’articolo 36 della costituzione, un’esistenza libera e dignitosa. Dalle testimonianze di 50 lavoratori presi a campione emerge che il 73% dei ciclofattorini si colloca sotto la soglia di povertà – secondo i dati Istat – con guadagni inferiori a 1.245 euro lordi al mese e uno scostamento medio superiore a 7.200 euro annui lordi rispetto ai livelli considerati adeguati. Le precedenti verifiche su Glovo avevano fatto emergere un quadro analogo: in quel caso, il 75% dei rider sentiti dalla procura aveva dichiarato un reddito netto compreso fra 9 mila e 15 mila euro, dunque ben al di sotto della soglia di povertà definita dall’Istat.

                      Il ruolo dell’algoritmo e la gestione del lavoro tramite app

                      Al centro delle contestazioni c’è, ancora una volta, il funzionamento della piattaforma digitale che – secondo gli investigatori – gestirebbe la raccolta degli ordini, ma anche assegnazioni, tempi di consegna, parametri di remunerazione e valutazioni delle performance. Il provvedimento parla di monitoraggio costante e dell’applicazione di penalizzazioni o esclusioni dal sistema in caso di comportamenti ritenuti non conformi. In questo quadro, gli inquirenti parlano di “gestione algoritmica della prestazione”, un sistema che incide, di fatto, sulla libertà del lavoratore, rendendo l’autonomia solo apparente. Le indagini hanno evidenziato, inoltre, fenomeni di intermediazione illecita tramite cessione di account: profili registrati, talvolta con documenti falsi, sarebbero ceduti a lavoratori terzi in cambio di una percentuale sui guadagni, configurando una forma di caporalato digitale.

                      food delivery

                      La mappa alternativa dell’università di Bologna

                      In un quadro assai sconsolante, sul quale grava l’assenza di regole chiare – la proposta di legge sui rider, firmata dalla deputata e vicepresidente del Pd Chiara Gribaudo, giace a tutt’oggi in Parlamento – ci sono, però, anche esempi di realtà virtuose, capaci di “umanizzare” le consegne. Le ha mappate l’università di Bologna con il progetto di ricerca “Bumolds” (Business Model for Local Delivery Platforms), finanziato dal Pnrr e guidato dal dipartimento di Scienze aziendali dell’Alma Mater, in collaborazione con gli atenei di Bergamo e Pisa e con l’università Cattolica del Sacro cuore di Milano. “Le grandi piattaforme di consegna di cibo a domicilio si sono imposte grazie alla loro efficienza operativa, all’ampia copertura geografica e alla standardizzazione dell’esperienza utente – spiega Annamaria Tuan, docente di Marketing all’UniBo e coordinatrice del progetto -. Ma questi vantaggi si accompagnano a criticità strutturali sempre più evidenti, come dimostrano le recenti indagini della magistratura relative al settore del food delivery: condizioni di lavoro controverse, impatto ambientale significativo, asimmetrie di potere nei confronti dei ristoratori e progressiva estrazione di valore dai territori”.

                      Il censimento

                      Bumolds ha realizzato anche il primo censimento nazionale delle piattaforme locali di consegna. Un lavoro durato due anni, da cui sono emerse 40 realtà attive in tutta Italia, da Bolzano a Bologna, da Torino a Corigliano, con servizi che spaziano dalla consegna di pasti pronti alla spesa di prodotti locali, e un raggio d’azione che può coprire un comune, una provincia o un’intera macroregione. Al link https://bumolds.valeo.it/ è disponibile la mappa dettagliata degli operatori virtuosi, regione per regione. Se questi operatori riescono a creare valore promuovendo le risorse locali, i prodotti del territorio e un miglior trattamento dei lavoratori, sono però fortemente esposti al rischio di soccombere alla concorrenza schiacciante dei giganti dell’industria. “I casi studio che abbiamo analizzato mostrano che le piattaforme locali di consegna sono da un lato un importante laboratorio di innovazione, ma dall’altro restano esposte a vincoli di scala, costi logistici elevati e a una forte pressione competitiva”, conclude Tuan. “La loro sostenibilità sul lungo periodo dipende quindi dalla capacità di tradurre i valori di prossimità ed equità in modelli economicamente resilienti, supportati da politiche pubbliche adeguate e da un’evoluzione delle preferenze dei consumatori”.

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