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Cofruta, le banche chiudono i rubinetti, attività e liquidazioni a rischio


Alcuni anni fa era successo alla vicina COAP di Badia Polesine (Ro), ora tocca al Consorzio Frutticoltori del Tartaro – Cofruta di Giacciano con Baruchella (Ro), attivo dal 1961, prima realtà a piantare i kiwi in Veneto negli anni ’70, forte anche in mele e pere. In entrambi i casi il problema è lo stesso: l’indebitamento, che tra banche, fornitori e soci conferitori ammonta a circa 12 milioni di euro, contro un fatturato che nel 2017/18 era stato di 10,7 milioni di euro. Cofruta è dal 2016 nella compagine di Opera e da fine 2018 è socia di OrtoRomi, con cui solo pochi mesi fa era stato siglato un accordo strategico legato agli estratti freschi. Se non si troverà in tempi brevi un socio sovventore che inietti nuova liquidità si andrà verso la messa in liquidazione

 

di Eugenio Felice

 

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(Foto: www.andreaverzola.com)

«La COAP? Siamo arrivati alla frutta», così si apriva un articolo de Il Gazzettino datato 13 agosto 2014 in cui si dava notizia della messa in liquidazione coatta della Cooperativa Ortofrutticola Alto Polesine – COAP allora presieduta da Emanuele Bonora. La motivazione? La crisi perdurante dei mercati e il forte indebitamento accumulato con gli anni. La COAP si trova a Badia Polesine (Rovigo), a pochi chilometri di distanza dal Consorzio Frutticoltori del Tartaro, noto con l’acronimo Cofruta, di Giacciano con Baruchella. A separarle c’è la SS 434 Transpolesana, ad accomunarle le difficoltà finanziarie. Cofruta fin dalle origini ha raccolto i frutti per cui il territorio polesano è più vocato, in particolare mele e pere, ma anche frutta estiva e fragole. È stata, negli anni ’70, anche la prima realtà in Veneto a investire nei kiwi (almeno a quanto ci è stato riferito). Oggi è anche nella compagine di Opera La Pera!.

 

Negli ultimi anni però le difficoltà a collocare il prodotto sui mercati – forte l’impatto dell’embargo russo – e le conseguenti liquidazioni sempre meno soddisfacenti hanno causato una progressiva riduzione dei soci conferitori e delle quantità commercializzate: solo fino a pochi anni fa, i soci erano circa 300 contro i 150 di oggi, i volumi di frutta commercializzata attorno alle 20 mila tonnelate contro le 8-10 mila tonnellate della campagna che volge al termine, tra mele, pere e kiwi. Nel frattempo l’indebitamento è cresciuto, si parla di circa 12 milioni di euro tra banche, fornitori e conferitori, su un fatturato che nel 2017/18 è stato di 10,7 milioni di euro. Banche che, a quanto ci risulta, di fronte alla mancanza di prospettive per il medio termine hanno deciso di non concedere ulteriori finanziamenti, tanto che sono compromessi anche i pagamenti degli stipendi ai circa 40 dipendenti della cooperativa.

 

Nelle ultime settimane i vertici di Cofruta, a partire dal presidente Natalino Tramarin, hanno bussato a diverse porte, in particolare nel mondo della cooperazione, per trovare un socio sovventore e dare continuità all’attività dell’azienda, ma senza avere successo. Ora sono a rischio anche le liquidazioni ai soci che hanno conferito il prodotto raccolto lo scorso autunno mentre diversi fornitori hanno passato i crediti ormai inesigibili all’assicurazione. Se la situazione non dovesse cambiare, si andrà verso la messa in liquidazione. Un epilogo del tutto imprevedibile solo lo scorso ottobre, quando si annunciava l’accordo strategico con OrtoRomi per la fornitura di frutta – fragole, pesche, nettarine, pere, mele e kiwi – da utilizzare come materia prima per la realizzazione degli estratti freschi Insal’Arte (leggi la news). Nella stessa nota si sottolineava che Cofruta diventava l’11.esimo socio di OrtoRomi.

 

Emblematiche le parole del presidente di Cofruta, Natalino Tramarin, che possiamo leggere in un articolo del 17 marzo 2019 su La Voce di Rovigo: “Con il mercato globale nessuno può dirsi sicuro. Anni fa abbiamo affrontato l’embargo della Russia. Noi in quel caso eravamo diretti interessati. (…) Siamo già schiacciati dalla grande distribuzione. Siamo schiacciati da controlli costanti sui prodotti e da costi di produzione molto più alti rispetto ad altri Paesi, come la Spagna. I prezzi che dobbiamo applicare non ci lasciano margini. A noi il sistema Paese non ci accompagna. Noi siamo una cooperativa che ha 60 anni di storia. Siamo entrati in Opera, l’organismo che raggruppa i produttori di pere. Ma non siamo riusciti a raggiungere il 50% della filiera, che era l’obiettivo per essere competitivi nella grande distribuzione. Sarebbe necessario che la politica ci aiutasse a fare aggregazione, incentivando le aziende che si uniscono”.

 

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