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                      Hormuz, l’allarme della filiera: Gullino e Mellano sui rischi per l’export ortofrutticolo

                      La crisi nello stretto di Hormuz preoccupa l’ortofrutta italiana. Giovanni Gullino, managing director di Gullino Group, segnala rotte più lunghe e rincari logistici per le spedizioni di mele verso il Medio Oriente. Valentina Mellano, Ceo di Nord Ovest, conferma navi ferme, rischio di deperimento dei prodotti e extra costi fino a 4 mila dollari per container

                      Dalla Redazione

                      Giovanni Gullino Gullino Group

                      Giovanni Gullino, managing director di Gullino Group

                      La crisi nello stretto di Hormuz, innescata dalla guerra in Iran, continua a destare forte preoccupazione tra gli operatori del settore ortofrutticolo, soprattutto tra le imprese italiane che esportano verso il Medio Oriente. Le rotte marittime risultano infatti sempre più difficili da percorrere, con navi bloccate, costi logistici in aumento e tempi di trasporto più lunghi. Una situazione che, secondo operatori e spedizionieri, rischia di mettere seriamente in difficoltà le esportazioni di prodotti freschi – in particolare mele e kiwi – verso mercati strategici dell’area del Golfo.

                      Rotte marittime a rischio e viaggi più lunghi

                      A lanciare l’allarme è Giovanni Gullino, managing director di Gullino Group e referente per Cia Agricoltori italiani di Cuneo, che descrive una fase estremamente critica per la logistica internazionale. “Il problema principale oggi riguarda Hormuz – spiega Gullino a Targato Cn -. Il canale di Suez in teoria resta aperto, ma nella pratica molte compagnie di navigazione evitano di attraversare l’area per i rischi legati alla guerra e alla sicurezza delle navi”.

                      Questo sta costringendo gli operatori a soluzioni più costose o a lunghi percorsi alternativi. “Gli esportatori sono costretti a ricorrere a servizi di trasporto speciale, molto più costosi, oppure a lunghe soste nei porti di emergenza, con ulteriori spese di parcheggio e movimentazioni straordinarie”, aggiunge Gullino. In molti casi le spedizioni vengono dirottate su rotte molto più lunghe. “Molte spedizioni vengono dirottate circumnavigando l’Africa. Ma allungare il viaggio di quasi venti giorni per raggiungere destinazioni come Emirati Arabi o India può essere devastante per un prodotto deperibile come la frutta”, dichiara a Targato Cn.

                      Navi bloccate e rischio deperimento della merce

                      Le difficoltà operative sono confermate anche dal settore delle spedizioni internazionali. Secondo quanto riportato da Shipping Italy, la parziale o totale interruzione del traffico marittimo ha già provocato il fermo di navi portacontainer cariche di ortofrutta italiana dirette verso i mercati arabi, “con rischi concreti di deperimento della merce”, spiega Valentina Mellano, Ceo della società di spedizioni Nord Ovest.

                      Diverse cooperative italiane segnalano in particolare blocchi di carichi di mele e kiwi destinati ad Arabia Saudita e Paesi limitrofi, con ordini cancellati o rinviati. Una dinamica che rischia di compromettere rapporti commerciali consolidati in un’area dove una quota significativa delle esportazioni italiane di frutta trova tradizionalmente sbocco.

                      Hormuz export ortofrutta

                      Costi logistici e assicurativi in forte aumento

                      Oltre ai ritardi e ai blocchi delle rotte, la crisi sta producendo anche un forte aumento dei costi. Secondo Gullino, “le assicurazioni rifiutano di coprire i rischi legati alla guerra”, mentre “i noli marittimi e il costo dei carburanti stanno aumentando in modo esponenziale”.

                      Anche dal punto di vista delle spedizioni le difficoltà sono evidenti. Mellano segnala un susseguirsi di aggiornamenti e revisioni delle rotte, con un incremento dei premi assicurativi fino al 20%. La riconfigurazione dei servizi via mare prevede oggi deviazioni verso porti alternativi come Khor Fakkan o scali in India, mentre diverse compagnie hanno sospeso i booking verso Upper Gulf, Golfo Persico e Dubai Jebel Ali. Alcuni scali, come Jeddah, restano accessibili ma solo per determinate compagnie, mentre altre aree dell’Arabia Saudita sono considerate off limits. Per le aziende che scelgono di proseguire con le spedizioni, “i costi aggiuntivi si aggirano tra i 2.000 e i 4.000 dollari per container”, racconta Mellano a Shipping Italy, con il rischio che le compagnie dichiarino concluso il viaggio in porti alternativi per cause di forza maggiore anche per merci già partite.

                      A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge anche il crollo della capacità aerea sulle rotte Asia-Medio Oriente-Europa, che sta riducendo gli spazi disponibili per il trasporto di merci deperibili.

                      Mele tra i comparti più esposti

                      Tra i prodotti italiani più esposti alla crisi ci sono soprattutto le mele, che rappresentano una quota importante dell’export verso il Medio Oriente e per le quali il blocco logistico dei porti del Golfo – come Dubai, Qatar e Arabia Saudita – rischia di creare difficoltà enormi, come sottolinea Gullino nel suo intervento su Targato Cn.

                      Diversa la situazione per il kiwi, che risulta meno esposto perché una parte significativa delle spedizioni viaggia su rotte atlantiche verso il Nord America.

                      Le prospettive dipendono dalla durata della crisi

                      Secondo gli operatori del settore, il fattore decisivo sarà la durata del blocco delle rotte. “Se si riuscissero a ripristinare gradualmente le rotte entro un mese, il sistema potrebbe ancora assorbire il colpo. Ma se il blocco dovesse prolungarsi più a lungo, per gli esportatori frutticoli le conseguenze potrebbero diventare davvero drammatiche”, avverte Gullino.

                      Nel frattempo le imprese stanno cercando soluzioni alternative. Come sottolinea Mellano, la priorità per gli esportatori sarà “individuare rotte alternative, consolidare flussi tramite hub logistici non direttamente coinvolti nel conflitto e monitorare costantemente l’evoluzione delle condizioni operative”, per ridurre il rischio di perdite di prodotto lungo la filiera.

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