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            Il negozio ideale? È quello che semplifica la vita. Lo studio di Centromarca

            Secondo una nuova ricerca di Ipsos per Centromarca, l’associazione italiana dell’industria di marca, il consumatore sommerso da troppa informazione e da un’offerta spesso confusa e sovrabbondante ha bisogno di chiarezza e di essere guidato nelle sue scelte di acquisto. Guardando ai formati distributivi, l’appeal maggiore ce l’hanno i punti vendita di dimensioni raccolte, soprattutto quelli di prossimità e gli specializzati, o comunque quelli in cui è facile trovare i prodotti senza stancarsi, con corner tematizzati in base alle aree merceologiche e una segnaletica chiara. Le insegne e i grandi marchi mantengono ancora una loro leadership, nella distribuzione moderna, ma con la sfida di rinnovarsi e rinnovare costantemente la propria offerta, per renderla coerente con l’evoluzione delle esigenze del consumatore. E con il compito di coltivare la propria brand reputation, specie sul mondo dei social network

             

            Dalla Redazione

             

            spesaIl punto vendita ideale? È quello che consente una shopping experience fluida, comoda e accessibile, dove sia facile orientarsi fra un’offerta sempre più articolata, a volte sovrabbondante e confusa. È quanto emerge da un nuovo studio di Ipsos per Centromarca, l’associazione italiana dell’industria di marca, che va ad analizzare i nuovi bisogni, le attitudini e le aspettative del consumatore nella distribuzione moderna. Un consumatore che, sempre più sommerso dall’informazione e dalle possibilità di scelta, è alla ricerca di soluzioni che gli semplifichino la vita. Anche e soprattutto quando si tratta di fare la spesa.

             

            Secondo la ricerca, non ci sono solo chiarezza e semplicità nella scala dei valori del consumatore, che si deve orientare nell’acquisto: altri aspetti a cui viene data molta importanza sono la convenienza e i risparmio di tempo, la trasparenza, la qualità ovviamente, ma anche la sostenibilità e l’eticità. E per il punto vendita ideale, sono particolarmente apprezzati l’equilibrio tra ampiezza e profondità dell’assortimento, la presenza delle marche più conosciute, la shelf life dei prodotti freschi, l’ordine e il riassortimento continuo dello scaffale, una comunicazione visiva univoca che evidenzi le ‘novità’ e magari corner tematizzati per specifiche aree merceologiche. Inoltre la formula “soddisfatti o rimborsati” è sempre gradita. Per una shopping experience gratificante, infine, non sarebbe male offrire servizi aggiuntivi in grado di rispondere alle esigenze allargate della clientela, come ad esempio aree bar e ristoro, servizi igienici, aree bimbi, oppure zone per ricaricare i propri device mobili.

             

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            Analisi desk 2015-2016 tratta da più di 500 interviste qualitative (Fonte: Ipsos)

            Anche se guardiamo al format, vince la formula della semplicità. Il supermercato è quello che va per la maggiore. Viene scelto per le dimensioni più raccolte, che permettono di trovare agilmente i prodotti, di instaurare una relazione più diretta con il personale e di incontrare la gente del quartiere. Particolarmente apprezzati sono i corner tematizzati per i consumatori che hanno particolari esigenze alimentari (es. intolleranze, allergie, veganismo). Così come il supermercato, anche il negozio di prossimità è un alleato che rende il percorso e la scelta meno faticosi. Il superstore è un buon compromesso fra varietà e comfort. ha una più ampia disponibilità di prodotti, ma emerge l’importanza di una maggior specificità e visibilità della segnaletica, per favorire la fruibilità degli spazi e velocizzare gli acquisti. L’ipermercato invece è considerato spesso troppo dispersivo, con una proposta merceologica sovrabbondante che genera una sensazione di spreco di tempo e affaticamento. Il discount viene scelto quasi essenzialmente per i prezzi molto convenienti e perché alimenta l’auto percezione di furbizia nel consumatore. L’esperienza d’acquisto è piatta e poco emozionale, tuttavia, e servirebbe più ordine e più spazio per i brand noti. Infine c’è il retail specializzato, il format che conserva l’appeal maggiore, grazie a una formula che unisce la profondità dell’offerta, alla specializzazione, la presenza di personale competente e la politica di prezzo competitiva. Diversi settori merceologici sono presidiati con successo da queste insegne, che costituiscono dei mini category killer per i format specializzati.

             

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            Il tweet di Mario Gasbarrino (presidente Unes) a Giorgio Santambrogio (Ceo Végé) sull’articolo di Italia Oggi

            “Un elemento che cambia lo scenario è il digitale. – sottolinea Roberto Bucaneve, direttore del Centro studi di Centromarca, in un’intervista con Italia Oggi – L’esperienza di acquisto online ha creato una forte tendenza alla multicanalità: nella mente dei consumatori l’accesso al prodotto e alle relative informazioni si svolge 24 ore al giorno, sette giorni su sette, e il luogo in cui si cercano informazioni e quello in cui comprano sono un tutto indistinto”. “Questo è un vincolo rispetto alla struttura di vendita più tradizionale: – continua Bucaneve – da una situazione di massificazione si passa a una vendita molto più personalizzata, più frammentata e di precisione rispetto ai target. Una delle sfide principali quindi è mantenere l’efficienza e la performance tipica di un settore orientato alla produzione di massa in un contesto in cui il prodotto e il servizio vanno proposti in modo più personalizzato. Serve una maggiore segmentazione e una capacità di narrare il proprio prodotto a target sempre più precisi e mirati e questo porta con sé il tema di gestire una mole immensa di dati che consentono di profilare questo tipo di attività”.

             

            Infine, la marca è ancora un elemento amico? Le insegne e i brand, secondo la ricerca di Ipsos per Centromarca, mantengono degli asset molto importanti da giocarsi. “La reputazione e la notorietà mettono le marche in vantaggio perché facilitano la ricerca. – conclude Bucaneve – Per questo l’industria di marca deve continuare a sostenere la notorietà del brand attraverso la comunicazione con percorsi personalizzati costruendo senso intorno al prodotto”. Deve inoltre sapersi rinnovare costantemente, a pari passo con la propria offerta, per renderla coerente con l’evoluzione delle esigenze del consumatore. E prestare molta attenzione alla cura della propria digital reputation, laddove un’esperienza, positiva o negativa, oggi può essere condivisa immediatamente attraverso i social network: cosa che può rendere il brand vulnerabile.

             

             

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