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            La Puglia sta investendo sulle uve seedless ma c’è rischio sovraproduzione

            Crimson Giuliano
            Oggi il 30 per cento della produzione pugliese di uva è senza semi. Tra cinque anni salirà addirittura al 50 per cento. Il problema è che la concorrenza del Nord Africa, della Grecia e della Spagna obbliga, soprattutto nei mesi di luglio e agosto, a prezzi non remunerativi. «La situazione è preoccupante – ci riferisce Nicola Giuliano – bisogna sedersi a un tavolo per cercare di programmare il futuro. Bisogna produrre ciò che dà reddito»

            di Eugenio Felice

            Crimson Giuliano

            Uve Crimson Seedless pronte per la raccolta a inizio settembre in Puglia

            Un pomeriggio del 10 settembre sentiamo alla radio un annuncio straordinario: alla Lidl uva seedless in promozione. Incredibile, abbiamo pensato, le uve apirene finalmente anche in Italia stanno diventando un prodotto non più di nicchia ma anzi di normale consumo, come accade da anni nel Nord Europa, tanto da essere pubblicizzato alla radio. Ci è venuta in mente anche la brillante relazione di David Hughes durante il convegno GrapePassion di Rutigliano dell’aprile 2012: il professore rilevava come la strada obbligata per restare competitivi fosse puntare a varietà colorate e senza semi, perché quello richiede oggi il mercato (il Regno Unito è oggi il maggiore acquirente europeo di uva da tavola a valore). Vedi, abbiamo pensato, aveva ragione il professore.

            Ma a che punto è arrivato il processo di rinnovamento varietale nelle aree più vocate del Sud Italia? Lo abbiamo chiesto a Nicola Giuliano, a capo della omonima azienda di Turi (Bari), ai vertici in Italia per la produzione e commercializzazione di uva da tavola (34 mila tonnellate nel 2012) e altri tipi di frutta come ciliegie, agrumi e frutta estiva. “Negli ultimi anni – ci spiega – i produttori pugliesi hanno investito fortemente nelle uve apirene, tanto che nel giro di cinque anni il 50 per cento dell’output pugliese sarà costituito da uve senza semi. Questo significa che ogni anno il mercato sarà investito da un’offerta sempre superiore di questo prodotto, una situazione che desta una certa preoccupazione perché già quest’anno i riscontri del mercato sono stati sotto le aspettative: nei mesi di luglio e agosto i prezzi non hanno coperto nemmeno i costi di produzione, abbiamo praticamente lavorato in perdita, mentre sono andate molto bene varietà tradizionali come la Vittoria”.

            Ma come? Mentre ascoltiamo al telefono Giuliano ci rendiamo conto che il quadro della situazione è decisamente diverso da quello che avevamo immaginato. Da anni sentivamo parlare del ritardo della Puglia nella produzione di uve seedless, indicato come causa principale del cattivo andamento delle ultime campagne, e ora ci sentiamo dire che di uva senza semi se ne sta producendo troppa? “Il problema è che nei primi mesi di campagna – rileva Giuliano – abbiamo competitor che producono a costi più bassi. Mi riferisco all’Egitto, alla Tunisia, al Marocco e alla Grecia. C’è poi la Spagna, che oggi può contare anche su varietà tardive e ha un anticipo di alcuni anni rispetto all’Italia nella produzione di uve seedless. Se finora è stato corretto investire nelle uve apirene, adesso è giunto il momento di sedersi a un tavolo per cercare di programmare il futuro, tenendo conto che siamo riconosciuti come i migliori del mondo per l’uva con semi e che questa spunta ancora prezzi remunerativi. È sbagliato pensare che le uve tradizionali non abbiano futuro, in alcuni mercato sono ancora molto apprezzate, e penso alla Francia, alla Germania, al’Europa dell’Est, alla stessa Spagna, per arrivare al Medio Oriente, senza dimenticare il mercato interno, molto legato a varietà come Vittoria e Italia”.