L'INFORMAZIONE PROFESSIONALE PER IL TRADE ORTOFRUTTICOLO

            Le Iene e i pesticidi. Vincono la GDO e il made in Italy o ci perde tutto il settore?

            Toffa Iene
            Un servizio del programma Le Iene andato in onda giovedì 12 marzo ha analizzato 6 prodotti di importazione acquistati in un mercato rionale di Milano, trovando importanti non conformità in tre casi, e 6 prodotti di origine italiana acquistati in un punto vendita della grande distribuzione, i quali sono risultati a residuo zero. In mancanza di controlli, la conclusione di Nadia Toffa è: comprate italiano presso la GDO, dal fruttivendolo solo se vi fidate ciecamente

             

            di Eugenio Felice

             

            Le Iene mercatino

            Un commerciante ambulante lamenta l’assenza di controlli

            “Una mela al giorno ci toglie tutti di mezzo”. È uno dei quasi 900 commenti per oltre 16 mila “mi piace” al servizio del programma Le Iene dal titolo “Quando frutta e verdura possono fare male”, andato in onda giovedì 12 marzo. Numeri raggiunti su Facebook a distanza di quattro giorni. La pagina del programma ha la bellezza di 3,9 milioni di like. Altri commenti: “Inizio a zappare la terra e seminare in giardino”. Oppure: “Bel servizio. Questa sì che è informazione!” Ancora: “Ormai è tutto contaminato e infetto. Bisogna solo cercare di sopravvivere”. Non mancano i commenti critici: “Complimenti per la pubblicità alla grande distribuzione!”, oppure: “Nadia Toffa quanto ti hanno dato per fare questo servizio?”, o ancora: “ Si sono dimenticati di mettere la scritta Messaggio Promozionale. Coop e Conad ringraziano….” Ma andiamo con ordine.

             

            Abbiamo guardato il servizio de Le Iene con un pregiudizio: sarà la solita imbeccata di Coldiretti, abbiamo pensato, per promuovere il consumo di frutta nazionale e far bandire dalle nostre tavole la frutta di importazione. E in effetti l’inizio del servizio confermava la nostra tesi: la “iena” Nadia Toffa è andata in un mercatino rionale di Milano, ha constatato l’ignoranza dei milanesi – ma potremmo dire degli italiani – su origine e stagionalità dei prodotti, ha dimostrato la sua ignoranza (e dei suoi consulenti.. ) in materia – le fragole italiane “di stagione” ci sono tutto l’anno, non solo da giugno a settembre come indicato – e ha prelevato sei prodotti di importazione per farli analizzare e verificare se presentavano sostanze nocive.

             

            Le Iene mappa DDT

            Una mappa che indica i trattamenti fatti su alcuni prodotti di importazione

            Sotto la lente sono andati avocado (pulito, residuo zero), banane (pesticida cancerogeno), pompelmo (erbicida bandito dal 2002 in Europa, più quattro pesticidi oltre i limiti di Legge), ananas (presenza di pesticidi ma nei limiti di Legge), fagiolini (pesticidi cinque volte oltre i limiti di Legge), uva rossa (cinque pesticidi entro i limiti di Legge, “ma non conosciamo il loro effetto combinato”, sottolinea, correttamente, il servizio). Risultati a dir poco allarmanti, anche se, come ha giustamente rilevato Nadia Toffa, il campione non ha alcuna rilevanza statistica. Ma allora che senso ha il servizio, ci chiediamo noi, creare allarmismo? Ci sarebbe piaciuto, a questo punto, che la “iena” avesse prelevato nello stesso mercatino e fatto analizzare anche dei prodotti di origine italiana, magari degli ortaggi a foglia o delle fragole o ancora degli agrumi, ma così non è stato.

             

            Non hai visto il servizio di Nadia Toffa per Le Iene? Guardalo qui!

             

            A questo punto vengono portate all’attenzione dell’opinione pubblica alcune grandi verità, attraverso le parole del dottor Carmine Ventre del Centro Analisi Biochimiche, dell’agronomo Giuseppe Messina, della nutrizionista Renata Alleva, di Simona Fracchia della Asl di Milano, di un doganiere di Malpensa e di diversi fruttivendoli e operatori dell’Ortomercato di Milano. Prima di tutto la latitanza dello Stato, che praticamente non fa controlli: grottesca la dichiarazione della responsabile della Asl di Milano sul numero di campioni analizzati nel 2014, sessantacinque (tutti puliti), latitanza confermata dagli operatori dell’Ortomercato (“Quelli della Asl? In 20 anni mai visti”). I controlli dovrebbero essere fatti all’aeroporto quando atterra la merce? Il funzionario di Malpensa lamenta un personale insufficiente. Poi, come viene evidenziato dal servizio, incide poco, buona parte dei prodotti arrivano via camion dai porti dell’Olanda e nessuno fa i controlli quando arrivano in Italia.

             

            Le Iene banane cancerogene

            Il dottor Carmine Ventre del Centro Analisi Biochimiche

            Un’altra grande verità che emerge è che l’Unione Europea ha una delle regolamentazioni più severe al mondo in termini di residui ammessi sull’ortofrutta prodotta negli Stati membri ma allo stesso tempo accetta silente che venga venduta da noi merce di importazione trattata con fitofarmaci che i nostri produttori non possono utilizzare perché ritenuti dannosi per la salute dei consumatori o per l’ambiente. Oltre ad avere regole diverse da Stato a Stato (vedi caso etossichine sulle pere, vietate in Italia ma ammesse in Spagna). Quindi l’europeo deve produrre “pulito” ma può mangiare “sporco”. I burocrati a Bruxelles dovrebbero dare qualche risposta in merito, ai consumatori prima ancora che al mondo produttivo nazionale, danneggiato in questo caso da una concorrenza sleale, non tanto per articoli come la frutta esotica, le banane o l’ananas, ma per articoli come i pomodori, le fragole, gli agrumi o la frutta estiva.

             

            Ancora, la GDO. Il dottor Ventre ha la ricetta per cercare di evitare i prodotti più dannosi: comprare prodotti italiani (“regolamentazione molto restrittiva”), di stagione (“hanno bisogno di meno trattamenti”), possibilmente nella grande distribuzione (“effettuano tantissimi controlli per evitare danni di immagine nel caso emergessero dei problemi legati a prodotti con residui pericolosi”). La prova del 9 viene fatta dalla “iena” Toffa, che è andata ad acquistare prodotti con queste caratteristiche: mele, pere, clementine, cavoli cappuccio, spinaci e kiwi. Cosa ha scoperto? Tutti i prodotti sono risultati a residuo zero. Conclusione: “Comprate dal fruttivendolo solo se vi fidate ciecamente, oppure – è il suo invito ai telespettatori – comprate nella GDO e non ci pensate più”.

             

            Le Iene frutta stagione

            La differenza tra prodotto di stagione e di importazione (o sotto serra)

            Conclusione superficiale, considerando l’irrilevanza statistica dei campioni analizzati. Comprensibile quindi la reazione dei dettaglianti, rappresentati da Dino Abbascià, presidente nazionale Fida-Confcommercio, che addirittura non ha escluso interessi dietro al consiglio di comprare nella GDO – piuttosto, diciamo noi, degli interessi potrebbero averli le multinazionali dell’alimentare – e che ha ricordato, giustamente, che per sentire profumi e sapori bisogna entrare in un negozio specializzato, non certo in un supermercato. Disappunto espresso, per ovvie ragioni, anche dagli importatori e dai grossisti. Anche perché la maggior parte delle aziende di produzione, che siano italiane o straniere, vendono sia alla grande distribuzione che al cosiddetto “normal trade”, fatto di grossisti e dettaglianti. Basta vedere le banane Chiquita: non le troviamo sia nel negozio specializzato che nel supermercato?

             

            Ma nei fatti il servizio ha evidenziato, pur con inesattezze comprensibili per dei non addetti ai lavori ed esagerazioni tipiche del mondo dello spettacolo, che il sistema ortofrutticolo italiano è ancora in molti casi un far west, sfilacciato in tanti passaggi, con pochissimi controlli sulla qualità dei prodotti – quelli amministrativi invece non mancano – e una moltitudine di operatori a tutti i livelli, un mondo in cui l’unico attore che riesce oggi a dare, pur con le sue falle e i suoi limiti, delle obiettive garanzie ai consumatori, in termini di sicurezza alimentare (non certo di sapore o servizio), è, nei fatti, la grande distribuzione. Questo, a nostro avviso, va riconosciuto. Un far west che si riscontra anche nella rappresentatività del settore, frammentata ai molteplici livelli, che si parla addosso, autoreferenziale, incapace di comunicare al consumatore finale. A quando una Federfrutta?

             

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