Pink Lady svela il segreto di un successo internazionale
Al Macfrut di Rimini il direttore generale di Pink Lady Europe, Thierry Mellenotte, ha reso noti i risultati di un modello di filiera virtuoso che, puntando su sostenibilità, biodiversità e consapevolezza dei consumatori, è in grado di raggiungere performance lusinghiere e durature nel tempo. Anche in un’annata complicata come quella appena conclusa, i volumi sono in crescita del 20%. E si guarda alle generazioni future con la “Carta degli impegni”
di Maddalena De Franchis
Quel giusto mix tra polpa croccante e succosa – unito al colore inconfondibile e al gusto fresco ed equilibrato, a metà fra zuccherino e acidulo – ha saputo conquistare i palati di milioni di consumatori, in Italia e in Europa. Parliamo della mela Pink Lady, nata nel 1973 dall’idea geniale di un ricercatore australiano, John Cripps, che incrocia una Golden Delicious con una Lady Williams.
Storia di un successo internazionale: il “Club Pink Lady”
È solo verso la metà degli anni Novanta, tuttavia, che i primi alberi Pink Lady vengono piantati in Europa, più precisamente nel sudest della Francia e nella valle della Loira. Nel 1994 vivaisti, frutticoltori e distributori appassionati decidono dunque di unire le forze e dar vita all’associazione Pink Lady Europe, che costituisce una propria filiera (cui si aggiungono, successivamente, gli operatori italiani e spagnoli). Un modello di filiera tuttora considerato unico al mondo, per la capacità di integrare aspetti economici, ambientali e sociali: è grazie a questo approccio che Pink Lady è divenuta, nel tempo, il punto di riferimento nella categoria ‘mela premium’. Di questo e molto altro si è parlato al Macfrut di Rimini, nell’ambito di un workshop che Pink Lady Europe ha organizzato per condividere il proprio modello di filiera, rendere noti i risultati raggiunti finora e guardare al futuro. La mission che accomuna tutti gli operatori coinvolti – dalla produzione alla vendita – è promuovere una produzione agricola etica, sostenibile e responsabile.
Qualche numero
La scelta del palco del Rimini Expo Centre non è stata casuale: in Emilia-Romagna, infatti, risiede il 60% della produzione italiana, che complessivamente conta 2.455 produttori, 21 stazioni di confezionamento, situate nel cuore delle zone di produzione (Alto-Adige ed Emilia Romagna) e in prossimità dei frutteti, e 2.975 impieghi sostenuti dal settore Pink Lady in Italia, di cui 1.140 posti di lavoro diretti. “La filiera Pink Lady è stata creata su valori di collettività, performance e responsabilità fortemente condivisi – ha sottolineato Thierry Mellenotte, direttore generale di Pink Lady in Europa -. Negli ultimi anni abbiamo lavorato sulla valorizzazione delle competenze agricole e commerciali, in una logica di differenziazione della marca, per generare e distribuire valore lungo l’intera filiera”.
La Carta degli impegni
Al centro della strategia c’è la “Carta degli impegni”, documento che stabilisce una serie di obiettivi e azioni volte, in particolare, a ridurre l’impatto ambientale della produzione, promuovere il benessere degli agricoltori e delle comunità locali e garantire qualità e sicurezza dei prodotti. “La filiera prosegue il suo approccio innovativo per rimanere marchio leader in Europa – ha proseguito Mellenotte -. E la crescita in un mercato complesso, contrassegnato da tensioni internazionali e dall’impennata dell’inflazione, ne testimonia il successo: abbiamo chiuso il 2023 con un +20% nei volumi di vendita”. In cima agli impegni della Carta c’è, naturalmente, la sostenibilità ambientale, perseguita attraverso la riduzione dell’impatto ambientale nella filiera di produzione, la gestione delle risorse idriche, la cura e la salute del suolo cui l’associazione contribuisce con un impatto positivo. Pink Lady Europe si impegna, inoltre, al fianco dei produttori, per una migliore distribuzione del valore, per consentire loro di investire in soluzioni sostenibili e in un prodotto più responsabile: “il benessere degli agricoltori si definisce attraverso condizioni di lavoro dignitose, formazione e supporto ai produttori – ha dichiarato ancora il dg Mellenotte – per l’adozione di pratiche agricole sostenibili”.
Profili di consumo inediti: sfida e opportunità per l’ortofrutta
Particolarmente interessante, all’inizio dei lavori, è stato l’intervento di Luca Camanzi, docente di Economia agraria e alimentare al Dipartimento di Scienze e tecnologie agro-alimentari dell’Università di Bologna. Camanzi ha presentato i primi risultati di uno studio condotto nell’ambito di un programma internazionale da lui coordinato: il progetto Med-Links, che ha l’obiettivo di mettere a punto soluzioni per migliorare la sostenibilità delle filiere ortofrutticole del Mediterraneo. Dai dati della ricerca emerge come la sostenibilità, spesso collocata tra le voci di costo di un’azienda, sia piuttosto uno strumento per incrementare la competitività e il valore delle imprese e, nel lungo termine, mette le imprese al riparo dai cambiamenti repentini delle condizioni di mercato. “Le forti tensioni internazionali e i cambiamenti climatici, politici ed economici portano le famiglie italiane a ridefinire le proprie priorità e scelte di acquisto alimentari: pesano fattori che vanno oltre la sfera strettamente economica e includono sempre più frequentemente valori ambientali, etici e sociali – ha evidenziato ancora il professore -. Per le imprese del settore ortofrutticolo, questi nuovi profili di consumo rappresentano certamente una sfida, ma sono anche un’opportunità per contribuire a riorientare le strategie aziendali verso la creazione di un valore condiviso con tutta la collettività e intraprendere così, nel medio-lungo periodo, un percorso di sviluppo sostenibile per tutta la filiera”.
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