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Bioshopper, dove sta il vero gap? Parola ai big della Gdo


Con l’entrata in uso, dal 1° gennaio 2018, dei nuovi sacchetti per ortofrutta compostabili e a pagamento, l’opinione pubblica si è divisa fra l’indignazione, l’incertezza e il puro estremismo. Ma anche nella Gdo c’è perplessità e non poco malcontento. Abbiamo chiesto ai responsabili di Coop, Conad, Selex, Carrefour, Dimar, Aspiag Service, L’Alco e Il Gigante un parere sui gap normativi (vedi la questione etichette, non compostabili, così come i guanti) e una previsione sull’impatto che la nuova normativa potrà portare sulle vendite e sulle – presunte – mutate abitudini di consumo degli italiani che acquistano frutta e verdura. In tutti i casi ci hanno risposto che fare previsioni e sondaggi, in questo momento, è prematuro e poco realistico…

 

di Carlotta Benini

 

C’è chi prende tempo, chi resta neutrale, chi – al contrario – si schiera apertamente contro la nuova normativa e auspica che il settore si unisca per chiederne l’abolizione. Se fra i consumatori la questione dei nuovi sacchetti biodegradabili per ortofrutta ha creato caos e malcontenti, scatenando in alcuni casi veri e propri estremismi (vedi i tentativi di gabbare la legge appiccicando etichette con il codice a barra sugli alimenti sfusi. Tentativo, peraltro, controproducente, visto che in molti esercizi commerciali i programmi informatici prevedono che si paghi in ogni caso un sacchetto per ogni codice a barre) anche sul fronte della grande distribuzione c’è qualche subbuglio.

 

“La vicenda dei sacchetti bio è la dimostrazione di come in Italia le cose non vadano. – chiosa l’amministratore delegato di Conad, Francesco Pugliese, durante il convegno di apertura di Marca, a Bologna (leggi qui) – Mentre la Comunità Europea sta dicendo che occorre tassare la plastica, da noi facciamo il contrario: facciamo pagare ciò che è biodegradabile”. Ad ogni modo, fare una previsione sull’impatto della nuova normativa sulle vendite del reparto ortofrutta – o piuttosto sulle abitudini di consumo degli italiani, che alcuni vedrebbero ora più orientati verso il prodotto confezionato, piuttosto che verso quello sfuso – “è prematuro e poco realistico”. Questo, in sostanza, ci hanno detto tutti i responsabili della Gdo che abbiamo raggiunto telefonicamente o che abbiamo incontrato a Marca.

 

“Mi pare un po’ presto per fare bilanci e riflessioni”, esordisce Claudio Mazzini, responsabile nazionale ortofrutta di Coop Italia. “I sondaggi che sono stati fatti, peraltro, non tengono conto del fatto che la seconda settimana di vendite aveva una festività in più”. La posizione di Coop, che fra i primi si è schierata per trovare “soluzioni alternative” alle bioshopper a pagamento, è nota (leggi qui). Il gruppo ha scelto di accollarsi il costo del nuovo packaging monouso, facendolo pagare al consumatore solo un centesimo a pezzo.

 

Ma resta da risolvere la questione delle etichette adesive. “Le nostre al momento non sono compostabili – precisa Renata Pascarelli, direttore qualità di Coop Italia – ma, come richiesto dal CIC (Consorzio Italiano Compostatori), indichiamo di posizionare le etichette non sulla busta ma sul manico del sacchetto, per poi rimuoverle prima dell’eventuale utilizzo come sacchetto per l’umido. Stiamo cercando di trovare soluzioni più performanti. In ogni caso l’eventuale presenza dell’etichetta non è un problema per gli impianti di compostaggio perché sono attrezzati per rimuoverle”.

 

Al momento solo Esselunga, ci risulta, ha tagliato la testa al toro adottando etichette realizzate in “materiali certificati compostabili”, come sottolinea il gruppo in una nota. In altri casi il problema non si presenta, in particolare nei discount come Lidl, Eurospin e MD dove frutta e verdura vengono pesati direttamente in cassa e l’importo viene poi inserito nello scontrino. Per tutti gli altri gruppi è necessario trovare soluzioni alternative.

 

È prematuro anche per Conad fare bilanci sull’impatto che la nuova normativa può avere, o meno, sulle vendite del reparto ortofrutta e sulle abitudini di consumo degli italiani. “Certamente l’introduzione dei nuovi sacchetti biodegradabili ha generato dei cambiamenti all’interno del punto vendita, con costi di gestione da sostenere, da parte nostra e del consumatore, e non senza qualche contraddizione”, dichiara Gianmarco Guernelli, responsabile acquisti ortofrutta. “Basti pensare alle questione delle etichette: la legge avrebbe dovuto prevedere anche questo aspetto”. A questo proposito Conad sta lavorando per trovare una soluzione sostenibile e in linea con la normativa, assicura Guernelli. E aggiunge una novità per quanto riguarda l’assortimento dei nuovi sacchetti bio: “A seconda delle aree abbiamo introdotto due formati, uno più grande per prodotti come carciofi o cavolfiori, e uno più piccolo. Il consumatore li paga da 1 a 2 centesimi, il resto del costo lo sosteniamo noi”.

 

Il nuovo sacchetto green di Dimar

Sacchetti bio sottocosto, a un centesimo, anche nei supermercati del gruppo Selex. Il direttore generale Maniele Tasca a Marca conferma la volontà del gruppo di sostenere il maggiore onere per l’utilizzo delle nuove shopper compostabili, che vanno in una direzione di sostenibilità, e l’impegno a trovare una soluzione sostenibile anche per le etichette. Condivide altresì quanto detto dai colleghi della Gdo a proposito del carattere prematuro di ogni tipo di previsione sulle vendite e sui trend di consumo. E poi sottolinea come, all’interno della grande famiglia Selex, ci sia chi si è già attivato con soluzioni alternative e innovative.

 

Stiamo parlando del gruppo Dimar, che nei supermercati di proprietà a insegna Big Store e Mercatò ha introdotto, dopo averlo testato a dicembre nello store di Bra, un sacchetto di carta con certificazione forestale dotato di una finestra trasparente in Pla compostabile. “Si tratta di un packaging che abbiamo fatto produrre da un fornitore locale e che, per i suoi componenti, esula da quanto previsto dalla normativa. – spiega Giovanni Sansone, responsabile acquisti ortofrutta di Dimar – Pertanto è in distribuzione gratuitamente nei nostri punti vendita. Il consumatore lo sta apprezzando molto, non solo perché non lo deve pagare, ma anche perché è totalmente eco-sostenibile”.

 

Giovanni Panzeri, responsabile freschissimi di Carrefour Italia, che abbiamo incontrato a Marca, sottolinea come la nuova norma voglia dare “una risposta sostenibile al problema dello smaltimento dei rifiuti di plastica, che è una priorità. Certo restano in sospeso alcuni aspetti come le etichette, non compostabili, così come non lo sono i guanti, se vogliamo essere precisi”. Le nuove bio shopper in Carrefour costano 2 centesimi, come da altri competitor. “Il che significa comunque venderle sottocosto. – aggiunge Panzeri – Stiamo valutando packaging alternativi, ma per prima cosa bisogna preservare la funzionalità per il cliente, quindi la comodità e il servizio. È tutto ancora da studiare, per capire anche quale sia il vero impatto di questo costo aggiuntivo, che ci impongono di far pagare al consumatore”.

 

Secondo i dati Gfk-Eurisko, che ha fatto i calcoli prima dell’entrata in vigore della legge, “ogni famiglia consuma una media di 417 sacchetti all’anno”. Pertanto l’impatto della nuova norma peserà mediamente dai 4 ai 12 euro sull’economia famigliare degli italiani nei 365 giorni. “Non crediamo che sia un impatto così rilevante. – sottolinea Alessandro Mantovani, responsabile acquisti ortofrutta de Il Gigante (Selex) – Tuttavia i tempi non sono maturi per fare alcun tipo di considerazione”. “Stiamo valutando packaging alternativi, da distribuire gratuitamente – rivela anche lui – ma prima dobbiamo capire cosa la legge ci consentirà di fare a questo proposito. Anche sulla questione etichette ci stiamo muovendo per risolvere il problema con una soluzione sostenibile per tutti”.

 

Al momento, dunque, non si può fare altro che applicare la normativa, cercando di rendere il meno possibile pesante l’impatto sul consumatore. “I nuovi sacchetti biodegradabili hanno dei costi nettamente diversi da quelli precedenti. Costi che noi abbiamo scelto di sostenere quasi per intero, facendoli pagare solo un centesimo ai consumatori. – spiega anche Nicola Faccio, area manager acquisti ortofrutta di Aspig Service (Despar Nordest) –  Stiamo anche noi valutando soluzioni di packaging alternative, ma c’è il rischio di incappare in oneri ancora superiori per il distributore. L’argomento è discusso, i tempi ancora prematuri per fare valutazioni”. E restano le incertezze legate all’utilizzo delle etichette, e anche dei guanti, ribadisce anche il gruppo.

 

Sostanzialmente, oltre ai gap normativi, è il principio che suona sbagliato. “Non discutiamo dell’aumento dei costi per la sostenibilità, siamo più che a favore e siamo disposti ad accollarci tutti gli oneri. Ma non obbligateci a fare gli esattori a danno dei nostri clienti!”, è l’appello di Gianfranco Fantoni, responsabile della direzione operativa con delega ai reparti freschi de L’Alco (concessionaria Despar in Lombardia). “L’involucro è parte del prodotto, non possiamo farlo pagare a parte. Il valore del rincaro è simbolico, non destabilizza nessuno. È il principio ad essere sbagliato”.

 

“È come se ora ci chiedessero, come tassa per la sostenibilità, di fare pagare tot centesimi per ogni auto che sosta nei nostri parcheggi. Non ha senso!”, chiosa Fantoni. Attualmente le bioshopper nei punti vendita del gruppo hanno un costo di 2 centesimi. “Stiamo valutando altre soluzioni – aggiunge – ma è inutile valutare altre tipologie di packaging quando non c’è chiarezza sull’argomento”. “Auspicherei un bel sondaggio fra tutte le imprese della Gdo per capire qual è la direzione e l’opinione comune. – conclude Fantoni – La salvaguardia e la tutela del cliente sono la cosa che ci sta a cuore. Per quanto ci riguarda, la nuova normativa sarebbe da abolire”.

 

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