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            Coronavirus, il sacrificio silenzioso della filiera ortofrutticola italiana

            coronavirus

            Un magazzino di confezionamento di ortaggi in Sicilia (via Linkedin)

            È una situazione drammatica quella che ci viene descritta da più operatori della filiera ortofrutticola italiana, in particolare della filiera orticola, a seguito della diffusione del coronavirus. Tutto parte dalla paura di ammalarsi di Covid-19. Vale per il personale della GDO e vale per le aziende della filiera ortofrutticola. Manca la manodopera nei campi di raccolta, manca la manodopera nei magazzini di confezionamento, mancano i trasporti, mancano i materiali di confezionamento. Il rischio per alcune aziende è la chiusura totale nei prossimi giorni. Al contempo alcuni mercati esteri, vicini e lontani, dall’India alla Polonia, bloccano o rallentano gli ordini di merce italiana, e i gruppi della grande distribuzione nazionale sono sempre più esigenti per far fronte alle richieste degli italiani che da alcuni giorni hanno preso d’assalto i supermercati nonostante le rassicurazioni di istituzioni e gruppi distributivi sul fatto che le forniture ai punti vendita saranno garantite. Intanto alcuni buyer fanno velate minacce a chi non soddisfa gli ordini e alcuni gruppi distributivi programmano le promozioni di Pasqua come se non fossimo nella peggiore emergenza sanitaria dal dopoguerra

            di Eugenio Felice

            coronavirus

            Un magazzino di confezionamento di ortaggi in Sicilia (via Linkedin)

            PREMESSA. Abbiamo l’imbarazzo della scelta su cosa iniziare, purtroppo. Oggi, domenica 15 marzo 2020, la Protezione Civile ha fatto la più drammatica conferenza stampa dall’inizio dell’emergenza sanitaria legata alla pandemia coronavirus. In 24 ore sono morti 368 italiani per Covid-19, concentrati in Lombardia, il conto complessivo dei deceduti accertati arriva a 1.809 unità nel nostro Paese (su una popolazione di 60 milioni). In Sardegna il primo morto per coronavirus ha 42 anni e non aveva patologie pregresse: lascia una moglie e un figlio piccolo, ha preso l’infezione in un viaggio a Rimini dello scorso febbraio. In un momento di grande per non dire eroico lavoro per tutti i medici e il personale medico, vista l’emergenza del contagio da coronavirus, all’ospedale Cardarelli di Napoli in 249 si sono dati ammalati con tutto il seguito di polemiche. A Bergamo, città in ginocchio, epicentro della lotta al dilagare del coronavirus in Italia, un operatore del 118, Diego Bianco, di 47 anni, ha sacrificato la sua vita per aiutare il prossimo: lascia una moglie e il figlio di 7 anni. L’Europa e il mondo con clima temperato sono di fronte alla più grande sfida dal dopoguerra.

            I DIMENTICATI. “Abbiamo un’assenza dal lavoro del 50%, il personale è nel panico“, ci riferisce il titolare di una delle più grandi aziende frutticole pugliesi. Non va meglio ovviamente per chi sta lavorando gli ortaggi. Anzi, al lavoro in magazzino si somma quello nei campi di raccolta. “I costi lievitano, i magazzini sembrano ormai degli ospedali tante sono le misure prese per evitare la propagazione del coronavirus e tutelare i nostri lavoratori. Sono lievitati i costi: ad esempio per mantenere le distanze interpersonali dobbiamo utilizzare il doppio dei pullman, per non parlare delle mascherine, che non si trovano. Non è solo una questione economica, c’è anche un problema nel reperimento di personale, materiali e mezzi. E la grande distribuzione è sorda: non fa niente per premiare tutti questi sacrifici e mette noi in condizione di andare in default come azienda. Non riconoscono i nostri maggiori costi – sottolinea l’operatore pugliese – parlano di speculazione, per loro è un dovere da parte nostra, dicono che dobbiamo rispettare le norme legislative. Ci alziamo alle 4.00 di mattina per garantire agli italiani l’ortofrutta ogni giorno, ma non so per quanto resisteremo“.

            GDO AL COLLASSO. Ci fanno un po’ “strano” i messaggi di istituzioni e gruppi distributivi alla popolazione italiana per rassicurare che le forniture di generi alimentari e non solo saranno garantite nei prossimi giorni. Ammesso e non concesso che, in questo stato di guerra da coronavirus, le catene di fornitura saranno garantite, è anche per i gruppi distributivi la voce “personale” la variabile incontrollabile. Premesso che la stragrande maggioranza del personale che lavora nei supermercati è di sesso femminile e magari ha dei figli cui badare in queste settimane di scuole chiuse, fonti certe ci riferiscono di una percentuale elevata di personale che si è messa o si sta mettendo in malattia per paura di essere contagiata da coronavirus. Parte del personale è anche già stata infettata e non mancano i primi decessi. I sindacati sono sul piede di guerra. Siamo alla situazione paradossale che in Italia il luogo più probabile dove prendere oggi il coronavirus è il supermercato, ma dato che non ci sono abbastanza mascherine per tutti, le stesse non sono obbligatorie per i clienti. E così ogni giorno il personale dei supermercati si trova di fronte chiunque rischiando la propria vita.

            TUTTI SULLA STESSA BARCA. “È davvero un momento clamorosamente difficile“, scrive un buyer ortofrutta di un gruppo distributivo del Nord Italia su Facebook. “Hai voglia a dire non si molla un cazzo. L’Italia si sta fermando… il 60% è a casa e non tutti in smartworking. Qui bisogna andare al doppio della velocità per tamponare le assenze. Ma a tutto c’è un limite umano. Le aziende sono allo stremo. Grazie a tutti quelli che non mollano e fanno l’impossibile. I disservizi ci sono e aumenteranno di giorno in giorno“. Se da parte di qualcuno c’è la comprensione di un momento storico senza precedenti, da parte di qualche altro buyer non mancano le velate minacce: “Bollettino ortofrutta del 12/03 – scrive su Linkedin il buyer di un gruppo distributivo del Lazio – dopo l’euforia per i volumi altisonanti e per le controcifre letteralmente annientate, è arrivato il momento di fare i conti con i tagli per mancanza di merce a stock, lavorazioni sul nuovo ritardate dalla mancanza di personale sia in raccolta che nei siti, vettori non recuperabili. E poi la consueta speculazione dei prezzi perpetrata da presunti produttori che non riescono più a comprare. Ci risentiamo ad allerta finita per l’elemosina dei colli giornalieri”.

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