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            Coronavirus, nuovo studio americano: potrebbe resistere sugli oggetti fino a 72 ore

            Inizia a farsi sempre più frequente la domanda: “Ma quanto resiste sulle superfici il nuovo coronavirus che sta mettendo alla prova molti Stati di tutto il mondo?”. Dopo le prime ricerche senza valenza scientifica giunte dalla Cina, con relative smentite, ora arrivano i primi dati circa la resistenza del coronavirus, e soprattutto la sua capacità di infettare, su  quattro materiali differenti: rame, cartone, acciaio inossidabile e plastica. Le quattro superfici, prese in esame da un team di ricercatori americani, sono state analizzate in un ambiente alla temperatura di 21-23°C con umidità relativa del 40%: condizioni che potremmo paragonare a quella delle nostre case. Questi dati preliminari, ora al vaglio della comunità scientifica sembrano, però, confermare quanto già si sapeva sugli altri coronavirus. È emerso, infatti, che il virus può resistere fino a un massimo di 72 ore sulla plastica – materiale di cui sono fatti i manici dei carrelli o dei cesti della spesa – prima di perdere del tutto la sua capacità di infettare. Un modo importante di trasmissione del virus può quindi essere quello “indiretto” attraverso le nostre mani. Tocchiamo superfici contaminate e, inavvertitamente, ci potremmo infettare portando le mani alla bocca, nel naso o negli occhi

            Dalla Redazione

            coronavirus

            Immagine di archivio

            Una delle domande che inizia a farsi sempre più frequente riguarda la capacità del nuovo coronavirus di resistere sulla superficie di oggetti inanimati. Già MedicalFacts, il famoso blog del medico Alberto Burioni, ne aveva parlato spiegando come i dati a disposizione riguardavano altri coronavirus (quello della Sars in particolare) e non specificamente quello responsabile della pandemia in corso, il Covid-19. Quindi, era possibile fare solo delle considerazioni di carattere generale ma non trarre conclusioni specifiche. Alcuni studi hanno poi preso in considerazione la contaminazione ambientale delle stanza in cui erano ricoverati pazienti affetti da coronavirus: è emerso che tracce importanti di virus erano presenti non tanto nell’aria, quanto piuttosto sulle varie superfici della stanza di degenza. Per quanto importante e utile, questi studio avevano, però, un limite tecnico, sottolinea l’articolo apparso su MedicalFacts: veniva ricercato il patrimonio genetico del virus e non la presenza di particelle virali integre. Dettaglio non di poco conto, in quanto solo particelle virali integre sono in grado di infettare se entrano in contatto con il nostro organismo. In altre parole, spiega Medical Facts, il virus era sicuramente presente su varie superfici nelle stanze di degenza, ma non si poteva essere sicuri se esso potesse essere anche infettivo.

            Il nuovo studio. Una recente comunicazione presentata da ricercatori e medici statunitensi riporta il loro studio circa la capacità del virus di permanere nel tempo su varie tipologie di superfici e, cosa ancora più importante, la valutazione sulla sua capacità di infettare. Come riporta l’articolo pubblicato sul sito MedicalFacts firmato da Roberto Burioni e Nicasio Mancini, “Questo è molto importante, in quanto confermerebbe come un modo importante di trasmissione del virus sia quello “indiretto” attraverso le nostre mani. Tocchiamo superfici contaminate e, inavvertitamente, ci infettiamo portando le mani alla bocca, nel naso o negli occhi. A tale scopo, i ricercatori hanno messo una quantità nota di virus (grazie alla suo isolamento in laboratorio) su quattro diverse tipologie di superfici: ramecartoneacciaio inossidabile e plastica, in un ambiente alla temperatura di 21-23°C con umidità relativa del 40%, condizioni che potremmo paragonare a quella delle nostre case”.

            Ecco cosa è emerso: tra i quattro, i materiali più “inospitali” per il virus sono il rame e il cartone, “con un dimezzamento della capacità infettiva in meno di due ore per il rame e entro le 5 ore abbondanti nel caso del cartone. Un abbattimento completo dell’infettività – prosegue l’articolo – è stato osservato rispettivamente dopo le 4 ore per il primo materiale e le 24 ore per il secondo”.

            coronavirus

            Immagine al microscopio elettronico a scansione del coronavirus (sfere gialle) isolato da un paziente, che emerge dalla superficie delle cellule coltivate in laboratorio. Credit: NIAID-RML

            “Più lunga è invece la persistenza sulle altre due superfici. Sull’acciaio inossidabile la carica infettante risultava dimezzata solo dopo circa 6 ore, mentre ne erano necessarie circa 7 per dimezzarla sulla plastica. Questo dato – spiega l’articolo – si associava a un tempo decisamente più lungo, rispetto ai primi due materiali, per osservare un completo azzeramento dell’infettività: almeno 48 ore per l’acciaio e 72 per la plastica. Il rischio, quindi, diminuisce notevolmente al passare delle ore ma non si annulla se non dopo qualche giorno”.

            Il dato è sì importante, ma ancora preliminare e da confermarsi con altri esperimenti. Infatti, la comunicazione apparsa su medRxiv, archivio online gratuito di studi completi ma non ancora pubblicati (chiamati prestampe) nelle scienze mediche, cliniche e affini, riporta appunto rapporti preliminari che non sono stati ancora sottoposti a revisione tra pari. Quindi non possono essere lette come informazioni consolidate.

            In ogni caso, le norme igieniche da adottare sono quelle da mettere in atto anche in tempi normali, senza correre il rischio di diventare pazzi. Dalle tastiere dei bancomat alle maniglie di luoghi e servizi pubblici, dai carrelli della spesa alle banconote: quante volte, quotidianamente, tocchiamo superfici ricche di germi e batteri e poi ci sfreghiamo l’occhio o il naso? Forse quindi è meglio ripetere alcune nozioni fondamentali che anche le nostre mamme da sempre ci dicono: lavarsi bene e accuratamente le mani – il virus è completamente inattivato da acqua e sapone e da altri detergenti – ed evitiamo di toccarci (e farci toccare) il viso. A ciò, aggiungiamo per questo periodo il nostro “isolamento sociale” e le distanze di sicurezza da rispettare per la salute nostra e degli altri.

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