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            Greenpeace obietta su bioplastiche e cartone. Bestack: “Bando ai luoghi comuni”

            Packaging plastic free? “Non funziona, è solo greenwashing” secondo Greenpeace, che in un dossier analizza le soluzioni scelte dalle multinazionali del food&beverage, orientate verso materiali come il cartone o le bioplastiche in risposta all’emergenza ambientale. In realtà questi materiali non sarebbero meno impattanti sul Pianeta, secondo l’associazione ambientalista. Prendendo nello specifico il caso del cartone, Greenpeace aggiunge anche che le foreste gestite in modo responsabile non sarebbero in grado di rispondere a un aumento della domanda di carta. Abbiamo chiesto a questo proposito un parere e una replica al direttore del Consorzio Bestack Claudio Dall’Agata

            Dalla Redazione

            Greenpeace cartone packaging Il tema del packaging è al centro del dibattito in questo autunno inoltrato. Mentre le istituzioni e il mondo politico e imprenditoriale si dividono sulla notizia della nuova tassa sulla plastica, che il governo giallorosso prevede di applicare con la manovra 2020 (leggi qui) resta duro lo zoccolo di chi, presso l’opinione pubblica, demonizza questo materiale, spesso con scarsa informazione a riguardo.

            Plastica sì, plastica no? L’unica soluzione davvero sostenibile, per Greenpeace, è l’eliminazione dell’imballaggio monouso, in favore dello sfuso o di contenitori riutilizzabili. Addirittura, secondo l’associazione ambientalista, soluzioni come il cartone o la bioplastica, verso le quali si stanno orientando le grandi multinazionali del food&beverage, non sarebbero meno impattanti sul Pianeta: “sono solo greenwashing” ( leggi qui). Su questo punto interviene Claudio Dall’Agata, direttore di Bestack, il consorzio dei produttori italiani di imballaggi in cartone ondulato per ortofrutta. “Il greenwashing è una delle peggiori forme di inquinamento, prima di tutto di informazione e di conseguenza anche ambientale, se nasconde i processi produttivi impattanti. Sbagliato però è fare di tutta l’erba un fascio. Aggiungo che, così come progressivamente comprovato da tutta la comunità scientifica, i reali processi di miglioramento della sostenibilità ambientale sono quelli che coinvolgono l’intera filiera, anche quando si parla di imballaggio”.

            “Poco conta misurare le esternalità ambientali di un materiale da imballaggio – prosegue il direttore di Bestack -, meglio piuttosto verificare gli effetti che vengono creati dal suo utilizzo. Per questo il vero ‘antidoto’ al greenwashing sono i progetti di filiera condivisi su più piani. Con questa logica il settore del cartone ondulato, in Italia, da oltre 10 anni si è approcciato al tema dell’impronta ambientale del packaging. Per prima cosa nel 1998 abbiamo lanciato la realizzazione di un LCA di analisi dell’impatto degli imballaggi nel settore ortofrutticolo, definendo gli ambiti di miglioramento con il Politecnico di Milano. Seconda cosa: due anni dopo abbiamo quindi promosso la definizione di una labeling per comunicare e rendere percepibile al consumatore gli impatti ambientali e lo abbiamo messo a disposizione di tutti gli operatori perché fosse un traino per tutti verso processi più sostenibili”.

            “Terzo – aggiunge Dall’Agata -: ci siamo affidati agli esperti e nel 2011 abbiamo sviluppato con il WWF Italia un osservatorio che analizza l’andamento dell’impiego delle carte vergini con certificazione forestale nel nostro settore. Da allora si è passati dal 70% a quasi il 94% di materia prima proveniente da foreste gestite in modo sostenibile. Poi certo occorre non fermarsi e occorre costruire comunità trasversali con le medesime visioni”. Secondo il direttore di Bestack l’osservatorio sulla food sustainability del Politecnico di Milano potrebbe essere un’ottima possibilità per tutti per definire iniziative integrate che costituiscano casi specifici attraverso cui indirizzare le politiche economiche.

            Sul tema della materia prima certificata Greenpeace sostiene che le foreste gestite responsabilmente con attestati di sostenibilità (come FSC e PEFC) non sarebbero in grado di rispondere a un aumento della domanda di carta. “Sgombriamo il campo dai luoghi comuni – replica a questo proposito Claudio Dall’Agata -. Non siamo mai stati i distruttori di foreste. Anzi. Maggiori sono le richieste di carta con certificazione forestale, maggiore è la crescita di foreste, grazie a piani di impianto superiori a quelli di taglio. Se il mercato aumenterà la richiesta di fattori ambientalmente sostenibili, di pari passo crescerà l’offerta coerente. I Paesi scandinavi hanno ancora in questo campo potenzialità enormi e inespresse”.

            La responsabilizzazione dei consumatori, in definitiva, potrebbe essere “la premessa per sistemi di riciclo più virtuosi”. “Per tutti coloro che sono contro la plastica nei mari oltre che nell’ambiente – conclude il direttore di Bestack – ci sono tante altre informazioni e argomentazioni, oltre a quelle appena fornite, che testimoniano la crescente sostenibilità di un mondo di carta”.

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