Cibi ultra-processati in Gdo: lanciato in Usa il database per consumatori
La maggior parte degli americani – e sempre più italiani – consuma quotidianamente cibi industriali ultra-processati, in molti casi poveri di nutrienti e sempre più spesso collegati all’insorgenza di diverse patologie. Il nuovo database “True Food”, oggetto di uno studio del noto centro di ricerca medica Mass General Brigham, vuole offrire ai consumatori Usa uno strumento utile per orientarsi tra gli scaffali dei supermercati e tra le sgargianti tentazioni del junk food con maggiore consapevolezza. Il database – seppure in versione sperimentale – è in grado di raccogliere e presentare valori nutrizionali e prezzi di oltre 50.000 referenze disponibili presso tre importanti insegne Usa: Target, Whole Foods e Walmart. “Ci sono molti messaggi contrastanti su ciò che una persona dovrebbe mangiare. Il nostro lavoro – afferma la ricercatrice Giulia Menichetti, una delle autrici dello studio – punta a creare una sorta di traduttore per aiutare le persone a guardare le informazioni sugli alimenti in modo più digeribile”
di Massimiliano Lollis
Negli ultimi anni sono diversi gli studi che collegano il consumo di alimenti ultra-processati come, ad esempio, prodotti trasformati a base di carne, dessert a base di latticini, cibi per la colazione altamente trasformati e bevande zuccherate, a un rischio maggiore di sviluppare diverse patologie come obesità, malattie cardiache, diabete, forme tumorali e depressione.
Sebbene sia doveroso ricordare che non sarebbe equo né intelligente demonizzare l’intera categoria di prodotti trasformati senza prendere in considerazione le specificità di ogni prodotto e il buon senso che dovrebbe guidare ogni scelta di vita, anche a tavola, è indubbio che questi alimenti – spesso ricchi di coloranti, emulsionanti, aromi e additivi, zuccheri aggiunti, grassi saturi e sale – siano in genere i più poveri a livello di sostanze nutritive per l’organismo, come vitamine e fibre. Una “dieta”, quella a base di alimenti ultra-processati, seguita quotidianamente dalla maggior parte degli americani e da molti, sempre più, italiani, con conseguenze importanti sulla salute pubblica e sulla speranza di vita generale.
Il nuovo database “True Food” creato dai ricercatori del Mass General Brigham – noto centro di ricerca medica Usa – vuole offrire uno strumento utile ai consumatori Usa per orientarsi tra gli scaffali senza cadere nelle sgargianti tentazioni del junk food, o perlomeno per cedervi con maggiore consapevolezza.
Come annunciato dai ricercatori sulla rivista scientifica Nature Food, il nuovo database “True Food”, sebbene ancora in versione sperimentale, è uno strumento in grado di raccogliere e presentare valori nutrizionali e prezzi di oltre 50.000 referenze disponibili – per il momento – presso tre importanti insegne Usa: Target, Whole Foods e Walmart.
I ricercatori hanno esaminato gli alimenti industriali distinguendoli in base alla lunghezza della lista degli ingredienti e alla presenza di additivi, emulsionanti e alternative allo zucchero. I ricercatori hanno poi utilizzato l’intelligenza artificiale – e il loro algoritmo FPro – per classificare i prodotti in base al “punteggio di lavorazione”: più alto è il punteggio, più è lavorato.
Tra i risultati non mancano le sorprese. Ad esempio, sebbene la catena Whole Foods offra opzioni minimamente elaborate, la maggior parte degli alimenti venduti da questi negozi è ultra-elaborata, in contrasto con l’immagine healthy di cui l’insegna ne ha sempre fatto vanto.
In alcuni negozi, gli alimenti altamente trasformati erano l’unica opzione in alcune categorie, un dato, aggiungiamo noi, certamente prevedibile per determinate tipologie di prodotto dove è difficile immaginare alternative non elaborate. Ad esempio, i cereali di Whole Foods coprivano una gamma di valori FPro, da minimamente a ultra-lavorati. Tuttavia, tutti i cereali disponibili presso Walmart e Target avevano un punteggio di lavorazione elevato.
La stessa tendenza è stata però riscontrata anche nelle categorie zuppe e stufati, yogurt e bevande allo yogurt, latte e sostituti del latte e biscotti. Gli autori osservano che, mentre i negozi di alimentari possono vendere una grande varietà in termini di quantità di prodotti e marche, le tipologie di elaborazione dei prodotti possono essere le stesse in più negozi, limitando di molto le scelte nutrizionali dei consumatori.
Sebbene i dati raccolti da True Food siano notevolmente dettagliati, rimangono limitati perché provengono da soli tre negozi in un unico momento. In futuro, i ricercatori vorrebbero aggiungere informazioni sulla geolocalizzazione e un monitoraggio costante nel tempo per conoscere le opzioni alimentari nelle diverse aree del Paese e come questa variabilità possa influire sulla salute pubblica.
“Ci sono molti messaggi contrastanti su ciò che una persona dovrebbe mangiare. Il nostro lavoro punta a creare una sorta di traduttore per aiutare le persone a guardare le informazioni sugli alimenti in modo più digeribile”, afferma in un comunicato Giulia Menichetti, una delle autrici dell’articolo e ricercatrice presso la Channing Division of Network Medicine del Brigham and Women’s Hospital. “Creando un sistema di assegnazione di un punteggio agli alimenti trasformati, i consumatori non devono più essere sommersi da informazioni eccessive e impegnative per poter mangiare in modo più sano”.
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