Proteine dalle foglie (scartate) di cavolfiore. Lo studio
Proteine cavolfiore
Estrarre proteine dalle foglie di cavolfiore scartate, nel segno di una produzione alimentare davvero sostenibile. È uno scenario sempre più realistico quello tracciato dai ricercatori dell’università RMIT di Melbourne, che in uno studio dimostrano come gli ultrasuoni ad alta potenza possano contribuire a dare un futuro alle foglie di cavolfiore che altrimenti finirebbero al macero
Di Massimiliano Lollis
Estrarre proteine dalle foglie di cavolfiore scartate, individuando nuovi potenziali utilizzi per gli scarti vegetali. È questo l’obiettivo di uno studio pubblicato dall’università RMIT di Melbourne in Australia, che dimostra come l’impiego di ultrasuoni ad alta potenza possa contribuire a salvare dal macero le foglie di cavolfiore scartate.
Partendo da un campione di foglie di cavolfiore raccolte da un’azienda agricola commerciale nella parte occidentale di Melbourne, i ricercatori della School of Science di RMIT di Melbourne (Australia) hanno testato diversi metodi di lavorazione degli scarti al fine di verificare quante proteine fosse possibile estrarre.
Lo studio evidenzia come gli ultrasuoni possano giocare un ruolo importante nell’estrazione delle proteine dalle foglie, portando alla messa a punto di un concentrato proteico che potrebbe trovare applicazioni nel settore alimentare e nella produzione di mangimi. Un potenziale decisamente interessante se pensiamo a quanto stia crescendo la domanda globale per fonti proteiche e prodotti alimentari nutrienti e sostenibili.
“Gli ultrasuoni – spiega in un comunicato dell’ateneo il responsabile della ricerca, prof. Asgar Farahnak – utilizzano onde sonore ad alta frequenza per rompere le pareti cellulari delle piante e favorire il rilascio delle proteine dalle foglie. L’interesse per fonti proteiche alternative continua a crescere e l’utilizzo dei flussi di scarto potrebbe rappresentare un modo pratico per rispondere a questa domanda”. Farahnaky ha aggiunto che saranno necessari ulteriori studi per testare il processo su scala pilota, valutarne l’efficienza energetica e verificarne il rispetto di tutti i requisiti sensoriali per la produzione alimentare.
La ricerca, seppure in un fase ancora embrionale, dimostra quanto sia cruciale la gestione degli scarti alimentari e la loro valorizzazione, ove possibile. “Se riusciremo a utilizzare in modo più efficace i flussi di scarti alimentari – sottolinea la prima autrice dello studio e dottoranda di RMIT, Kinjal Furia – saremo in grado di ridurre l’impatto ambientale rispondendo, allo stesso tempo, al crescente interesse verso fonti proteiche alternative”.
In un momento storico in cui cresce l’attenzione verso la sostenibilità del sistema alimentare globale e le criticità legate alla produzione di proteine di origine animale – dalle elevate emissioni di gas serra allo sfruttamento intensivo delle risorse naturali – e con una popolazione mondiale in rapida ascesa, innovazioni come questa potrebbero aprire la strada a modalità di produzione alimentare più efficienti e sostenibili.
Copyright: Fruitbook Magazine





